Gioco
La lunga Liberazione di una Livorno distrutta e svuotata In fuga 9 persone su 10
Le ricerche dell’Istituto storico della Resistenza in cerca degli anti-eroi un esercito di vite devastate da una guerra che colpì soprattutto i civili
l’anniversario
Mauro zucchelli
«Torme di sfollati hanno preso dimora sulle tombe. Questa gente espulsa dalle comodità della casa ha fatto suo un pezzetto di tomba e lo difende accanitamente perché lì s’è accomodata e ha fatto il suo nido che ritiene sicuro». E’ la “fotografia” che, con i suoi occhi di pittore innamorato di Livorno, Gastone Razzaguta scatta nel luglio ’43 al Famedio davanti al santuario di Montenero. La tomba di Guerrazzi è «piena di cenci», il busto di Ernesto Rossi «ha un cappelluccio in capo, a Giovanni Marradi «hanno coperto la faccia con una pezzuola bianca e nera» e ha «un fagotto di panni sporchi sulla testa, a mo’ di turbante».
le storie degli anti-eroi
Dopo aver celebrato (giustamente) gli eroi che che tre quarti di secolo fa ci hanno riportato la libertà, salta agli occhi che i riflettori degli storici si sono puntati sugli anti-eroi protagonisti di quei giorni: a Livorno questo significa rimettere al centro l’esodo biblico che ha portato a fuggire dalla nostra città almeno 90mila persone, cioè gran parte dei livornesi.
Il maggiore Elmer Holmgreen citato da Gianluca Della Maggiore: entrando in Livorno liberata nell’agosto ’44 parla di appena un 20% di cittadini rimasti. Per gli occupanti nazisti anche meno: a dar retta ai rapporti delle Militarkommandanturen «su 138mila residenti a Livorno ne erano rimasti appena 15mila», segnala Enrico Acciai, studioso dell’Università di Copenaghen, che per l’Istituto storico della Resistenza guidato ora da Carla Roncaglia ha analizzato le vicende di “Una città in fuga”, azzeccato titolo della ricerca pubblicata per i tipi di Ets. Prima degli studiosi ci pensa il teatro vernacolare di Beppe Orlandi, che a botta calda mette in scena “Li sfollati”.
lo stato sparito
Poco meno di nove livornesi su dieci erano spariti, se n’erano andati chissà dove e chissà come. «Si tocca con mano il collasso dello Stato», dice Acciai: «Le autorità ti dicono: vattene da casa tua, ma così come non hanno fatto nulla per proteggere dagli attacchi aerei, non hanno idea di dove mandare le famiglie, non organizzano nessun tipo di accoglienza, non garantiscono nessun approvvigionamento di cibo. Vattene ma arrangiati. E, ovvio, la gente si sente legittimata ad arrangiarsi in tutti i modi: a infrangere il patto sociale sono state le autorità». E arrangiarsi significa varcare la linea d’ombra della legalità.
C’è la proclamazione della “zona nera” che rende una vastissima zona del centro assolutamente tabù e, al tempo stesso, campo di razzia di gang: i nazisti vogliono mano libera su Livorno e hanno allontanato tutti. Comprese le istituzioni. È proprio un report interno dei comandi tedeschi a notare nel novembre ’43 il bailamme con «la prefettura, la questura e gli uffici del sindaco trasferiti prima all’Ardenza e attualmente a Castell’Anselmo». Aggiungendo senza giri di parole che «spesso le stesse autorità italiane non hanno più una chiara visione d’insieme delle loro circoscrizioni, per via dei continui spostamenti delle popolazione».
spaesati e in fuga
Non si sfolla una volta sola: lo chiamano “plurisfollamento” Stefano Gallo e Gianluca Fulvetti per dar l’idea di quanto sia mutevole la situazione di famiglia in famiglia e di giorno in giorno.
Benché alla fine più di metà delle parrocchie risulteranno distrutte dai bombardamenti, l’indagine di Gianluca Della Maggiore mette in luce che è la diocesi guidata dal vescovo Giovanni Piccioni l’unica realtà istituzionale a rimanere in qualche modo presente sul territorio: la chiesa del Soccorso, quelle dei Salesiani e, in parte, del Rosario risultarono i pilastri di questa inedita “pastorale per gli sfollati”.
“Una città in fuga”, dice la ricerca di Acciai. Ma forse ancor più suggestivo è il titolo di un altro libro in questo stesso filone di ricerca promosso da Istoreco e pubblicato dalla casa editrice pisana: “Spaesamenti”. A rievocare gli effetti del deragliamento esistenziale che colpisce un esercito di vite. Prima e soprattutto dopo lo sfaldamento dello stato sabaudo con la fuga dell’8 settembre: Il Tirreno ha già raccontato che, in quell’apocalisse, si incrociano proprio a Livorno le vite di tre persone che caratterizzeranno il Novecento del nostro Paese: a Castiglioncello è sfollata la famiglia di Carlo Azeglio Ciampi e il giovane ufficiale che diventerà premier e presidente della Repubblica, presentandosi al comando locale, trova un suo superiore che sta facendo gli scatoloni per fuggire. In quelle stesse ore in cui lo Stato si spappola è appena arrivato a Livorno un giovanissimo Pier Paolo Pasolini che, anziché diventare cadetto dell’Accademia Navale come previsto, scappa verso Pisa e perde in un fosso la tesi già pronta (in storia dell’arte), la rifarà poi in letteratura e diventerà poeta invece che critico d’arte. Il terzo della lista è Elio Toaff, che poi ritroveremo in Garfagnana salvarsi miracolosamente dallo stragismo dei nazisti in ritirata, che tante vittime farà fra gli sfollati livornesi.
l’emblema della guerra
«Non esiste un’altra città in cui gli sfollati siano stati così tanti, eccetto forse Rimini», dice Acciai al Tirreno: «La microfisica di queste storie di livornesi in fuga è l’emblema di cos’è stata la seconda guerra mondiale: è la guerra dei bombardamenti aerei, non c’è la contrapposizione fra eserciti in trincea sulla linea del fronte. Mai prima di allora i civili erano stati così pesantemente coinvolti, e questo mette in moto spostamenti di popolazione, violenze su persone inermi, deportazioni razziali. Senza contare che, pur nella devastazione di molti stabilimenti, a Livorno restavano in attività numerose fabbriche la cui produzione interessava ai tedeschi: dunque, da un lato, c’era chi aveva perso il lavoro e doveva arrangiarsi come poteva e, dall’altro, c’era chi in teoria avrebbe dovuto ogni giorno presentarsi in fabbrica magari essendo sfollato a 50 chilometri di distanza, talvolta 100. Niente auto ovviamente, tutt’al più qualche bici sperando di non forare, pochissimi treni e quasi nessun bus».
liberati però...
È la storica Chiara Fantozzi a definire la “lunga liberazione” una fase che andrà avanti nel tempo: ricorda, per dirne una, che i territori comunali di Livorno e Collesalvetti sono «gli ultimi dell’Italia centrale ad essere restituiti alla piena giurisdizione del governo di Roma» dalle autorità alleate, e bisognerà aspettare la fine del ’45. Senza contare che, appena dopo aver restituito alla magistratura civile italiana la facoltà di giudicare gli imputati di reati contro le truppe alleate, l’amministrazione militare angloamericana proprio nel dicembre ’45 a Livorno si riprende quella competenza perché ritiene troppo miti le condanne e vede un riacutizzarsi dei reati contro gli alleati. Ed è solo poco prima del Natale ’47 che se ne andrà l’ultimo contingente militare alleato. In mezzo c’è una infinità di scontri fra militari ubriachi e civili a caccia di qualcosa per sbarcare il lunario, in mezzo c’è una industria quasi azzerata e un porto semidistrutto dai bombardamenti alleati e dalle mine dei nazisti in ritirata che volevano impedire l’uso delle banchine per quel che sarà uno dei centri-clou di logistica alleata nell’ultima fase della guerra.
«Ma la guerra non finisce quando si smette di sparare», dice Acciai. «Credo che per il futuro possa essere interessante per noi storici aprire il capitolo del rientro a Livorno: la città è distrutta, la percentuale di abitazioni danneggiate dalla guerra è fra i più alti d’Italia. Ma i privati non hanno soldi e lo Stato nemmeno. I livornesi smetteranno di sentire sulla schiena il peso della guerra solo alla fine degli anni ’50». —
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