Il Tirreno

Livorno

il ricordo  

La Cavalleria di Camilleri «Mi diede del diavolo ma poi firmò la regia...»

Ilaria Bonuccelli
La Cavalleria di Camilleri «Mi diede del diavolo ma poi firmò la regia...»

Il livornese Giuseppe Acquaviva  racconta come nel 2012  convinse lo scrittore  a realizzare l’opera di Mascagni  «Nacque tutto nel suo studio»

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«Ce l’aveva già in mente tutta. Scena dopo scena. E si mise a raccontarmela. L’agnello pasquale di marzapane, la complicazione di un tradimento fra compari che non è una faccenda di corna qualunque. È una complicazione». Un rituale. Regole precise. Anche nelle ammazzatine. Nel 2012 Camilleri è già vecchio. E con qualche acciacco. Dice di no a molte proposte. A Giuseppe Acquaviva non riesce a rifiutarsi. Gli apre la porta di casa, a Roma, e lo apostrofa: «Tu sei un diavolo vestito in borghese. Mi hanno proposto decine di collaborazioni, ho detto a tutti di no. Ma tu vieni a tentarmi con la cosa che più amo: Cavalleria Rusticana». Così un livornese, un maestro, direttore d’orchestra, direttore artistico al teatro Carlo Felice riesce a realizzare l’unico sogno irrealizzato di Camilleri: fargli firmare una regia d’opera. La sua unica regia d’opera. Il capolavoro del verismo musicale, firmato da Mascagni. La congiura dei livornesi.

L’esca è irresistibile. Il titolo: Cavalleria rusticana. Musica di Mascagni, appunto, ma su libretto di Giovanni Verga, la Sicilia asprigna che è il cuore di Camilleri. «È la Sicilia dell’entroterra come me la definì il Maestro nel nostro incontro», racconta Acquaviva. «Ci vedemmo nel suo studio, affollato di libri. Aveva già accettato prima di dire di sì. Mi accennò ai motivi di salute, all’età, al fatto che non si muoveva facilmente. Ma poi partì a raccontarmi la sua Cavalleria rusticana scena per scena. Circondato dai volumi e dalla sua cultura palpabile, mi descrisse la scena della Pasqua laica e cattolica, della “vecchia”, la contessa che vuole spezzare in piazza l’agnello di marzapane o pasta di mandorla. Vuole condividere con il popolino che esce dalla messa l’agnello sormontato da una bandiera rossa che è il simbolo del corpo di Cristo. In quell’immagine c’era tutta la sua Sicilia. Quella delle “complicazioni”, così la descrisse». Camilleri, infatti, si sofferma «a spiegarmi l’affronto di Turiddu che concupisce la moglie di Alfio, il tradimento fra compari. La rottura di un codice di onore atavico, infrangibile». Un’offesa che si ripara con un duello non qualunque. Bisogna lavarla con un’arma siciliana: il liccasapone (liccasapuni), il coltello che si apre con uno scatto del polso. La lama che scintilla e anticipa la morte nel bagliore sinistro. Un colpo secco che Camilleri accenna, mostra al genero Rocco Mortelliti al quale affida la messa in scena, anche se la narrazione è la sua. «Tutte le idee furono sue. Il mio pomeriggio a casa sua è stato indimenticabile – riprende Acquaviva – una lezione di verismo, su Verga, sulla cultura siciliana. Un corso di letteratura italiana. Da Camilleri si entrava in un modo e si usciva in un altro».

Ma anche Camilleri esce diverso da quel pomeriggio. Esce con un sogno realizzato. Anzi due. Il dittico che il Carlo Felice propone in prima assoluta il 18 maggio 2012 a Genova è un inedito. Insieme a Cavalleria Rusticana, infatti, in scena viene messo l’atto unico “Che fine ha fatto la piccola Irene? ” composto per l’occasione da Marco Betta. Si tratta di un’operina ispirata a un racconto dello stesso Camilleri. E a un suo commissario. No, non Montalbano. Cecé Collura, in servizio su un transatlantico. L’ennesima occasione per scoprire un altro Camilleri. –

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