Il Tirreno

Livorno

Il progetto Eni

La bio-raffineria per benzine ultraverdi, ecco i dubbi, gli errori, le opportunità

Mauro Zucchelli
La bio-raffineria per benzine ultraverdi, ecco i dubbi, gli errori, le opportunità

La Regione: lavorerà i rifiuti dell’area di Firenze. Eppure potrebbe servire per dismettere l’inceneritore Aamps che è a 3 km

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LIVORNO. C’è un paradosso nel progetto dell’Eni di impiantare una bio-raffineria all’interno del perimetro dei quasi due milioni di metri quadri alle porte di Stagno: l’enorme montagna di scarti che dovrebbero costituirne la materia prima - 200mila tonnellate annue, forse raddoppiabili - dovrebbe arrivare dall’area di Firenze, a quasi cento chilometri di distanza, con lo scopo dichiarato dal governatore Enrico Rossi di evitare la costruzione dell’inceneritore di Case Passerini.

E AAMPS NO?
Eppure a neanche tre chilometri c’è il termovalorizzatore di Aamps: e se ormai appartengono alla storia le promesse della giunta M5s di Filippo Nogarin di chiuderlo per sostituirlo con un bel prato, va detto che anche il programma elettorale del neo-sindaco Luca Salvetti indica, pur con cautela, l’orizzonte della dismissione. Senza contare che, poche righe più avanti, si dedica un capitolo intero alla riconversione "verde" della raffineria Eni.

Ecco, c’è da tenere distinti i due piani: da un lato, la Regione che sente la forte pressione della mobilitazione contro Case Passerini e vede nel nuovo impianto di Stagno la soluzione ai propri guai politici a dieci mesi dal voto; dall’altro, l’Eni che ha messo sul tavolo la propria strategia di riconversione con tutta la potenza di fuoco che può permettersi la multinazionale del "cane a sei zampe". In mezzo, gli abitanti (e, forse, anche le istituzioni) di Livorno e Collesalvetti che hanno il (fondato) sospetto di ritrovarsi a fare da pattumiera al resto della Toscana, visto che il progetto è stato sostanzialmente paracadutato da Firenze a giochi ormai quasi fatti.
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SOLO LA REGIONE
Bisognerebbe però ricordare anche qualcos’altro: a cominciare dal fatto che è l’Eni a essersi presentata dalle autorità regionali con il progetto quasi "chiavi in mano".

Cominciamo da lì. L’Eni lavora con il petrolio e ha bisogno di ripulirsi il look e renderlo più "verde". Ma non è solo questione di facciata, c’è da capire dove andrà il mercato europeo nei prossimi decenni: e probabilmente non sarà il diesel, se è vero che le grandi case automobilistiche stanno pensando di puntare su una fase di transizione nel segno dell’ibrido, cioè benzina più elettricità.

Ammesso che questi scenari siano azzeccati (e i dubbi non sono poi così tanti), il grande gruppo petrolifero made in Italy deve riorientarsi. Le fortune del futuro non saranno sotto il segno del biodiesel (che è pure un prodotto ritenuto assai avanzato), la chiave del domani e forse del dopodomani sta nell’additivo Mtbe per le benzine: ricavato da un processo industriale incentrato sul metanolo.

LA STRATEGIA ENI
Quello di Stagno non è il primo dei propri impianti sul quale l’Eni mette gli occhi per cambiarne l’identikit: la cosa vale per la Sicilia ma soprattutto per Porto Marghera (alla guida della trasformazione è stato chiamato Antonio De Roma, che i lavoratori Eni ben conoscono per il lavoro di vertice che ha fatto anche a Livorno).

Inutile dire che, potendo contare su 190 ettari con qualche spazio vuoto, appena è stato annunciato che nelle aree Eni sarebbe nato un impianto che avrebbe "digerito" i rifiuti di Case Passerini, a Stagno hanno fatto due più due quattro: un bell’inceneritore per fare la felicità dei fiorentini...

BREVETTI GIAPPONESI
In realtà, nelle carte e nelle strategie di Eni non c’è scritto questo. Non c’è da trovare un buco dove infilare un impianto "scomodo" che bruci l’immondizia di Firenze, la multinazionale milanese ha acquistato i brevetti giapponesi per aprirsi la strada in quella che ritiene la prospettiva del futuro per un grande operatore petrolchimico com’è Eni.

Chi ha letto il dossier racconta di un impianto senza ciminiera, dunque senza emissioni esterne ad alte temperature: ma con un processo chimico che spezza e ricombina i polimeri, anziché con la fiamma del termovalorizzatore. Un processo chimico "chiuso" e "sigillato" rispetto all’ambiente esterno: produce metanolo sì ma anche anidride carbonica però pura. Tradotto: da non disperdere nell’aria, insomma, ma da vendere alle imprese che la utilizzano nel proprio ciclo industriale.

SUI DUE PIATTI
C’è da capire, però, se e quali rischi vi siano nel metanolo dal punto di vista della sicurezza e dell’ambiente. Di pari passo, c’è da tener presente quel che il colosso energetico mette sul piatto: 1) la riconversione in modo più "verde" delle produzioni del polo di Stagno; 2) 25,3 milioni di euro di interventi pagati da Eni per eliminare l’eterno problema dei cattivi odori che così tanto incide sulla vivibilità sulla gente di Stagno; 3) sessanta nuovi posti di lavoro, metà dei quali direttamente alle dipendenze di Eni.

IN VENDITA GIÀ 2 VOLTE
Stiamo parlando di una raffineria che nel 2009 era stata messa in vendita con la Royal Bank of Scotland come advisor, poi una seconda volta si era andati a un passo dalla cessione nel 2014 (in entrambi i casi protagonista il finanziere Gary Klesch che qui si era fatto avanti anche per le acciaierie di Piombino). È una delle poche grandi fabbriche rimaste dopo il Grande Freddo della deindustrializzazione. Non fatevi illusioni sui 190 ettari restituiti alle popolazioni: al posto della raffineria non arriverebbe la mojito beach, finirebbe tutto congelato in attesa che qualcuno arrivi a pagare i fantastiliardi della bonifica.

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di Redazione web