Il Tirreno

Livorno

la testimonianza 

«Mio padre Umberto, erede del mito degli Scarronzoni»

Nicolò Cecioni
«Mio padre Umberto, erede del mito degli Scarronzoni»

Il racconto di Cinzia Marconcini, figlia dell’allenatore che ha rivoluzionato il Palio: «Le mamme dei vogatori lo ringraziavano perché trasformava in atleti i loro figli»

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LIVORNO. Casa Marconcini è un museo di aneddoti, storie, foto e racconti. I coniugi Cinzia e Marco sono i custodi della cultura remiera livornese e per capirlo basta parlare con loro 5 minuti. «Mio padre – spiega lei – è Umberto Marconcini, detto “Uccellino”, un uomo che ha dedicato la vita al canottaggio e ai gozzi. Lui diceva sempre: “Trovatemi 10 ragazzi e li trasformerò in campioni”. Ed era vero». Invece il padre di Marco, che casualmente (ma forse no, ndr) ha lo stesso cognome della moglie, era Unico Marconcini, uno dei più grandi allenatori della storia del canottaggio di Livorno. «I nostri genitori – spiegano i due – erano molto amici e si rispettavano tantissimo. Ma avevano visioni differenti della voga. Unico rimase legato al canottaggio e solo in un’occasione si avvicinò al Palio, dando una mano ai suoi amici dello Shangai. Umberto, invece, ha portato le tecniche del canottaggio sui gozzi, dando innovazione e cambiamenti importanti. Entrambi, però, trasformavano i ragazzi. Le mamme li ringraziavano dicendo che i figli non li avevano fatti loro, ma i due allenatori, plasmati e scolpiti fisicamente grazie agli allenamenti».

Trisnipote di Renato Barbieri, lo scarronzone passato alla storia col nome di Attao, Cinzia Marconcini ha visto crescere centinaia di vogatori grazie a suo padre Umberto. «Iniziò a vogare nel primo dopoguerra – continua lei – vincendo tre Pali di fila, dal ’51 al ’53 con il Venezia. È anche grazie a lui se oggi quella cantina è così gloriosa e titolata. Insieme alle gare remiere, come canottiere, dette vita al Tomei, la società di canottaggio dei Vigili del Fuoco. Per questo si dedicava a entrambe le attività, portando i ragazzi dal canottaggio ai gozzi e viceversa».

«Oggi – interviene Marco, il marito – non si potrebbe più fare perché ci sono troppe regole che lo impediscono. Ma le troppe regole stanno distruggendo il Palio». L’innovazione portata da Umberto Marconini è stata ripresa dagli Scarronzoni. «Negli anni ’20 – continua Cinzia – i canottieri vogavano con la tecnica “ortodossa”, ovvero rimanendo impettiti con la schiena senza schienarsi troppo. Dall’America, poi, arrivò una vera e propria rivoluzione, con un nuovo stile che richiedeva un utilizzo maggiore di gambe, schiena e braccia. L’allenatore degli Scarronzoni, Mario Ghiozzi, lo fece suo e lo insegnò subito ai suoi ragazzi. E così quando l’equipaggio si presentò ai campionati di Massaciuccoli nel 1929, tutti rimasero stupiti da quello “scarronzare” della barca. Così nacque il nome che poi è passato alla storia». Alla storia, però, sono passati anche i successi di quell’equipaggio che per 2 volte ha sfiorato la medaglia d’oro alle Olimpiadi. «Erano fortissimi e in più erano caratterizzati da questo stile innovativo, che mio padre, qualche anno più tardi, ha portato tra i gozzi. Le sue vittorie derivano da quello».

Ovosodo, Montenero, ma soprattutto Venezia sono le cantine in cui Uccellino ha vogato, timonato e allenato, rimanendo per anni nell’ambiente anche come cantiniere. «Faceva un po’ di tutto perché amava quel mondo. Quando ha smesso di stare al timone e di allenare, è rimasto a dare una mano e lo faceva con passione. Per tornare ai vecchi fasti del passato, i vogatori devono ritrovare l’impegno e la passione che aveva mio padre. Oggi quella mentalità è rimasta solo in Venezia ed è per questo che quella sezione nautica che ogni anno si conferma la più forte. Alla base dei successi, infatti, ci vuole l’organizzazione». —

Nicolò Cecioni

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