Gioco
«Io sempre in infradito, ho perso il piede»
La storia di Sandro Saccoccio, patron dei Paparazzi: «5 anni fa un incidente in scooter, dovevano tagliarmi la gamba»
«Avevo ordinato delle aragostine per il mio ristorante, dovevo ritirarle a Viareggio entro le 7 di mattina. E così alle 4, chiuso il locale, sono salito sullo scooter e sono partito per la Versilia. Ma sull’Aurelia, poco prima dell’Ikea, un’auto mi ha preso da dietro e mi ha trascinato per un pezzo. Quel giorno mi ha cambiato la vita per sempre». Sandro Saccoccio, 62 anni, notissimo patron dei Paparazzi di piazza Magenta, racconta la sua storia al Tirreno dopo l’ennesimo appello del primario di Ortopedia Antonio Augusti contro l’uso delle ciabatte, dei sandali, degli zoccoli per chi va in motorino o in bicicletta, abitudine tutta livornese che nonostante le tantissime fratture di piedi e dita che ogni estate si registrano in ospedale (con diverse amputazioni) continua ad imperversare come dimostrano anche le foto che abbiamo scattato ieri mattina in meno di un’ora.
«Figuriamoci, per me infradito e pantaloncini erano un must», sorride amaro Saccoccio. «Era la notte tra il 21 e il 22 giugno del 2014 - ricorda Saccoccio -. L’ambulanza mi portò a Cisanello, il piede era tumefatto, la pelle non era cicatrizzabile. In un primo momento i medici mi dissero che avrebbero dovuto tagliarmi parte della gamba sinistra, era la cosa più semplice per evitare che andasse in necrosi. Poi l’intervento è andato meglio del previsto, mi hanno raschiato completamente, la camera iperbarica ha dato l’effetto sperato e alla fine me la sono cavata “solo” con l’amputazione dell’avampiede sinistro: quando succede una cosa del genere, da un giorno all’altro la vita ti cambia, io ho cercato di non farmela cambiare, ma non è facile. Basti pensare che abitavo a 4 piani senza ascensore: non poter andare a casa è stato il primo brutto colpo».
Da quel giorno Saccoccio ha cercato di riprendere la maggiorparte delle sue abitudini e oggi riesce pure a giocare la gabbionate. «Ma nulla è come prima - sospira -. Io correvo per fare le maratone e volevo continuare a correre. Rimasi 12 giorni in ospedale, il tredicesimo, tornato a Livorno, rientrai subito a lavoro. Fu una reazione di autodifesa, ma ho avuto bisogno di un supporto psicologico. Quando poi sono stato ricoverato tre mesi a Budrio, al centro protesi, per installarmi una protesi sportiva ho conosciuto la realtà delle amputazioni e ho visto di tutto». Sandro continua: «La protesi sportiva funziona molto bene. Riesco a correre, addirittura a calciare col destro, ma ci provo anche col sinistro. Sotto ho una lamina in carbonio che simula l’attrito dell’avampiede, sebbene risulti un po’ claudicante. Così è la vita...». —
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