Gioco
L’economia del mare si mette a galoppare ma redditi e occupati restano quasi al palo
In crescita record i traffici delle banchine e gli arrivi dei turisti invece la ricchezza creata, il numero di addetti e di imprese no
Metti che l’industria faccia una gran fatica a non sparire dal radar. Metti che i grandi poli dell’amministrazione pubblica (come istituzioni locali, Asl e caserme) possano assorbire sempre meno forza lavoro. Metti che il commercio sia alle prese con una lunghissima fase di calo delle vendite al dettaglio. Chi la mette la benzina nel motore dell’occupazione? Non ci resta che l’economia del mare: quello spicchio trasversale del sistema economico che, attorno al blu del mare, aggrega la movimentazione di merci e passeggeri via mare, yacht e pescherecci, barrini sul lungomare più bagnini sotto l’ombrellone e biologi marini. Insomma, quel mix di porto, turismo e cantieristica chic che dovrebbe farsi uscire dalla morta gora…
il dossier della cciaa
Eppure i dossier del centro studi della Camera di Commercio raccontano che sì, l’economia “blu” ha un peso enorme, con pochi eguali nel resto del Bel Paese: rispetto al totale dell’economia, nella nostra provincia valgono il 12, 4% del numero delle imprese (solo due province in tutta Italia ci sorpassano) e l’11, 8% del valore aggiunto (superati solo da 5 realtà provinciali sulle oltre cento esistenti). Nell’uno come nell’altro caso siamo al quadruplo della media nazionale.
Però c’è un “però”, ed è grande come una montagna. Se mettiamo in fila l’ultimissimo report e quello di due anni prima salta agli occhi che la crescita dell’economia del mare nei nostri territori è parecchio al rallentatore: almeno in rapporto a quel che succede nel resto della Toscana e nelle altre città del nostro Paese.
fase positiva, anzi no
Non è tutto: questa crescita quasi zero del peso specifico della “nostra” economia blu capita non in una fase sfigata in cui ci si arrampica sugli specchi per sbarcare il lunario. Al contrario, in due settori-chiave come il porto e il turismo i flussi di clienti ci sorridono: più 12, 7% le presenze negli ultimi dieci anni, quasi il 26% in più i croceristi nell’arco di quattro anni (e oltre il 45% in più i passeggeri dei traghetti).
Se guardiamo le movimentazioni merci le cose vanno addirittura meglio: nel quadriennio “fotografato” a suon di statistiche aumentano di quasi 30 punti percentuali i teu dei container, le “autostrade del mare” hanno un balzo del 47, 8% (se contiamo le tonnellate) e del 54% (se guardiamo i camion).
Tutto questo crea cassa e moneta sonante eppure sembra stentare a tradursi in sviluppo. Dal Capodanno 2016 a quello dello scorso anno le imprese della “blue economy” nella nostra provincia aumentano sì ma di pochissimo: appena una trentina in più, visto che passano da 4. 031 a 4. 061 aziende (nient’altro che lo 0, 7% in più). Non va così nel resto della Toscana: basti dire che in un’altra realtà costierà com’è Grosseto l’incremento è cinque volte maggiore. Così come su scala regionale (341 imprese in più) mentre a livello nazionale, con quasi 9. 300 ditte in più, l’impennata è stata addirittura sette volte più grande di quanto accaduto da noi.
occupati: sì, altrove
Anche in fatto di occupazione l’incremento registrato in provincia di Livorno è limitato: in due anni 283 occupati in più fino a sfiorare i 19mila addetti, con un incremento di un punto e mezzo. Anche in questo caso siamo ben al di sotto della crescita che si è vista nel resto della Toscana (quasi 4 punti) e in campo nazionale (45mila addetti in più, con un balzo del 5, 4%, cioè tre volte e mezzo lo standard livornese.
la “fetta” di ricchezza
Non basta. Se guardiamo il valore aggiunto, in provincia di Livorno è rimasto inchiodato a 970 milioni di euro senza muoversi neanche di una virgola. È tanto perché Livorno da solo fa più della metà dell’insieme delle altre nove province toscane: nel resto della regione l’aumento c’è ed è del 3, 7%, e il dato nazionale sfiora il 6, 4%.
Al tirar delle somme, dunque, è come se i clienti ci fossero ma l’economia del mare non riuscisse a farli fruttare per trarne guadagno, sviluppo, reddito, occupazione. E qui, in porto e fuori dal porto, bisognerebbe vedere se tariffe, fatturato e produttività non abbiano innescato un circolo poco virtuoso.
Sul fronte del porto le imprese l’hanno ripetuto a più riprese: quando la crisi ha azzannato i traffici, le aziende hanno evitato di licenziare e hanno tirato la cinghia. Adesso che le cose ricominciano a girare stanno rimpannucciandosi un po’recuperando redditività.
Ma il sindacato dice che questo è il problema numero uno del porto: i traffici aumentano, l’occupazione e la “torta” del reddito nelle mani dei lavoratori no. –
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