Gioco
Infermiera morsa da un paziente: sarà amputato il dito ricucito
Livorno, il racconto di quella notte di uno degli infermieri presenti a psichiatria: «Non riuscivamo a tenerlo in cinque, poteva uccidere»
LIVORNO. Vania Orazio, 60 anni, l'infermiera del reparto di Psichiatria a cui 10 giorni fa un paziente ha staccato il mignolo con un morso, è tornata a casa dopo due interventi subiti a Careggi nel tentativo di riattaccarle il dito. La prima operazione sembrava andata bene, ma sono subentrate delle complicazioni, e il secondo intervento non è riuscito a risolverle.
E così nelle prossime ore la donna dovrà tornare al policlinico fiorentino dove le verrà amputato anche una parte del moncone. «Purtroppo la ricostruzione non è riuscita - racconta al Tirreno -, ora aspetto l’amputazione. Sapevo che era un intervento molto difficile. Adesso mi sento molto, molto affaticata».
Anche i suoi colleghi, che erano presenti al momento dell'aggressione, sono ancora sotto choc. Due di loro sono seguiti da una psicologa messa a disposizione dall'Asl. Le scene a cui hanno assistito in quella terribile notte tra il 17 e il 18 giugno resteranno indelebili nelle loro menti. «Quell'uomo poteva uccidere», racconta al Tirreno un infermiere che quella sera era in servizio, chiedendo di rimanere anonimo. «Aveva una forza disumana, non riuscivamo a tenerlo in cinque: eravamo tre infermieri, l'operatore socio-sanitario, il medico. Dopo dieci giorni sono ancora pieno di lividi, era una montagna».
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L’uomo dal 2014 lavora a Psichiatria, dopo tanti anni passati al Pronto Soccorso. «Ho fatto domanda per andare nelle strutture territoriali, qui non ce la facciamo più. Quando la mattina dopo, mia moglie mi ha visto arrivare a casa ha capito che non era stata la solita notte terribile, era successo qualcosa di ancor peggiore. “Ho visto un dito volar via”, le ho raccontato. Quelle scene non riesco a togliermele dalla mente: quell'uomo poteva uccidere qualcuno di noi, era una furia ingestibile».
È per questo che il medico di turno aveva deciso di sedarlo. «Quando sono montato in servizio, gli allarmi suonavano impazziti perché si era avvicinato troppo ai gas elettromedicali, aveva spaccato dei vetri, gli altri pazienti erano tutti agitati, rintanati in una stanza, terrorizzati. Il medico ha deciso la sedazione totale poiché le terapie non gli avevano fatto niente: aveva la flebo ma aveva strappato tre fasce per le mani. Tutto il turno era lì, impegnato per addormentarlo, ma non riuscivo a trovare l'accesso venoso. Lo bucavo e non trovavo le vene. Non dimenticherò la nostra impotenza. Le contenzioni (i bracciali di immobilizzazione, ndr) sono arrivate quella sera da Lucca perché in reparto fino a quel giorno non si usavano. Ci hanno salvato i nostri pazienti che lo hanno placcato, altrimenti sarebbe andata ancora peggio».
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