Il Tirreno

Livorno

Massimo Bianchi: vi faccio conoscere la mia massoneria

Il gran maestro onorario torna a raccontare in un libro le storie  delle logge livornesi: a cominciare da quella in cui è stato iniziato 

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LIVORNO. Massimo Bianchi, 75 anni da compiere fra pochi giorni, torna a puntare i riflettori sulla storia della massoneria: lo fa stavolta, per festeggiare il 50° anniversario della loggia Lemmi (della quale è stato fravi fondatori), andando a ripercorrere un secolo di vita della loggia Scienza e Lavoro che lo ha visto iniziato ai riti massonici nel giugno ’67. Per i tipi di Vittoria Iguazu Editora ha mandato alle stampe il libro “Livorno focolaio della massoneria”, riprendendo una definizione del gran maestro Costantino Nigra poche settimane dopo che l’Italia era stata ufficialmente unificata sotto i vessilli di casa Savoia.

Domani alle ore 17 il libro sarà presentato a Palazzo Granducale. Con l’autore interverranno Giampaolo Berti, presidente So.Crem, Mario Tredici, giornalista, Francesco Borgognoni, gran segretario del Grande Oriente. A moderare l’incontro sarà l’editore Riccardo Greco.

Bianchi non ha bisogno di presentazioni: a lungo dirigente di primissimo piano del Partito socialista; poi vicesindaco (e assessore all’urbanistica). L’ultima volta negli anni turbinosi di Tangentopoli: ha sempre indicato come simbolo del proprio modo d’essere il fatto che, proprio negli anni in cui il “suo” Psi era travolto dal dipietrismo, «sono entrato a Palazzo Civico in motorino e in motorino ne sono uscito».

Ma Bianchi – che dev’essersi sentito sempre più estraneo a una politica che aveva di fatto “espulso” la tradizione di un Psi che lui non ha voluto mai rinnegare, rivendicando anzi anche l’era craxiana – non ha esaurito la propria dimensione pubblica alla metà che si è occupata di politica: quella si è fermata alla fine del Psi. Difficile trovare chi non conosca l’ascesa di Bianchi come esponente di primissimo piano della massoneria fino a diventarne per 15 anni il numero due a livello nazionale (e gran maestro onorario dal 2014 in Italia e dal 2016 in Albania): in modo rivendicato e pubblico, anche quando proprio gli ambienti della massoneria si rinchiudevano all’ombra della propria riservatezza.

Bianchi lo dice chiudendo il libro con una citazione che inizia così: «Oggi il mondo ci guarda con sospetto». Non basta dal la colpa ai pregiudizi, bisogna essere in grado di «presentarci al mondo con una immagine perfetta, limpida, cristallina».

Ecco perché Bianchi ricorda l’impegno della loggi nel denunciare «le deviazioni della P2» e il pesantissimo prezzo che pagarono anche sul piano personale.

Ecco perché ha un senso quella interminabile sfilza di nomi che l’autore mette in calce al libro: è vero che appartengono perlopiù alla storia anziché all’attualità della cronaca ma sembrano voler indicare per nome e cognome – e anche questo è un piccolo strappo rispetto alle consuetudini – figure che hanno fatto la storia della nostra città. I nomi? Eroi come Enrico Bartelloni, protagonista della Difesa di Livorno. Ministri come Pietro Bastogi e Benedetto Brin. Sindaci come Nicola Costella, Eugenio Sansoni, Piero Donnini, Rosolino Orlando e Umberto Mondolfi. Presidenti della Provincia come Giorgio Stoppa e Fernando Barbiero. Imprenditori come Guido Donegani, come Tito, Corrado e Alfredo Neri, come Pietro e Silvano Del Corona, come Edoardo e Manlio Andreini o Lino e Paolo Veroni. Figure chiave dell’ebraismo come Elia Benamozegh e Moses Haim Montefiore. Artisti come Giovanni Fattori e Plinio Nomellini. L’elenco è assai lungo e interessante, anche se per metà rIguarda figure ottocentesche. E non è un caso, se è vero che per l’archivio centrale del Grande Oriente «tra il 1885 e il 1908 sono stati iniziati a Livorno oltre 2mila fratelli». —



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