Gioco
La maledizione delle doppie velocità
Il porto di Livorno brulica di container ed esseri umani. Sono tantissimi, ma mai abbastanza. Osservo da lontano quella giusta frenesia e mi chiedo se un gigante del genere, sottoposto a pressioni economiche senza pari, riesca a conservare la centralità della persona.
Eccoli, sbarcano migliaia di lavoratori marittimi. In ognuno di loro scorre la globalizzazione; una corrente sotterranea, forte e talvolta pericolosa. Un marittimo arriva da lontano. Ha in mano un contratto di diritto straniero, parla lingue varie, prega in modi diversi, coltiva angosce e solitudini. A volte è pagato poco e male. Si ammala. Si isola. E la sera, quando finisce di lavorare, non torna a casa. A queste istanze si deve rispondere con un sistema di valori e di azioni: il welfare della gente di mare. Che però, in Italia, resta affidato al formidabile slancio solidale della Stella Maris, alla cura di alcune lungimiranti istituzioni e alla contribuzione volontaria di alcune imprese. Esempi di lucida umanità, che consegnano ai lavoratori dei segmenti di vita meno interrotti. Ma è troppo poco.
Giorni fa ho seguito un convegno che si occupava di tutto questo. Ed è stato tristemente istruttivo. Ho appreso che la assistenza ai marittimi non è un principio senza norma: la norma c’è. È una convenzione siglata a Ginevra nel 2006, poi ratificata da una legge italiana nel 2013. Ma è una cornice vuota: mancano i dispositivi che la attuino. Per esempio mancano regole per le coperture finanziarie. L’idea è salpata ma ora è ferma in mezzo al mare. Non è forse una fotografia dell’Italia? È l’insopportabile maledizione delle doppie velocità. Qualcuno, dal 2006, ha sempre qualcosa di meglio da fare. Da qualche parte del mondo si stanno progettando navi-drone che solchino i mari senza impiegare persone. Si corre. Ma nel frattempo passano tredici anni senza che si riesca a tradurre una legge in vita reale. Fare droni è più facile che fare il bene.
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