Il Tirreno

Livorno

Così gli invisibili senza diritti né regole ci portano il 90% delle nostre merci

Mauro Zucchelli

L’iniziativa della Capitaneria guidata dall’ammiraglio Tarzia per aprire la strada alla creazione del welfare di chi vive sulle navi 

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il convegno

“Il 90% di tutto”. E’ il titolo di un (bel) libro della giornalista britannica Rose George che racconta l’“industria invisibile che ti mette i vestiti addosso, il carburante nella tua auto e il cibo nel tuo piatto”: ill’industria del trasporto marittimo. Fa capolino al convegno organizzato alla Fortezza Vecchia dalla Capitaneria (comitato territoriale per il welfare della gente di mare del porto di Livorno): è Gian Enzo Duci, numero uno nazionale degli agenti marittimi, a ricordare che «la quasi totalità di smartphone, scarpe, pantaloni, sedie lo abbiamo perché una nave l’ha portato fino a noi acquirenti».

Ecco il paradosso dei lavoratori “invisibili”: l’approvvigionamento del 90% degli oggetti che affollano le nostre vite è in mano allo 0,04% dei lavoratori, i marittimi. Figuratevi – ricorderà poi il direttore marittimo, contrammiraglio Giuseppe Tarzia, concludendo l’assise coordinata da Fabrizio Brancoli, direttore del Tirreno – che se si bloccasse l’intera flotta che solca i mari, in neanche una settimana ci ritroveremmo con le pompe di benzina a secco, in 10 giorni resterebbero senza merci gli scaffali dei supermercati, in due settimane si avrebbe il collasso del sistema.

La chiave per tenere in vita tutto questo è il lavoro degli “invisibili”, ripete Tarzia: «Accendiamo i riflettori – dice – sulle condizioni di vita di migliaia di persone: le lamiere delle navi le nascondono ai nostri occhi, ombre che non si accorgono di nessuno e delle quali nessuno si accorge».

L’organizzazione del lavoro marittimo è talmente cambiata – è stato detto – che l’invisibilità di chi va per mare non è un modo di dire, anzi ha cambiato le città portuali. In passato, una nave poteva rimanere in un porto anche un mese: i marittimi sbarcavano a terra e vivevano almeno un pezzo di città («non erano le zone più tranquille ma certo tanti marinai spendevano a terra una parte del loro tempo»).

Adesso la permanenza in porto dev’essere la più breve possibile perché, se un tempo i camionisti viaggiavano seduti sul pacco di cambiali indispensabili per comprare il mezzo, ora si potrebbe dire che di “cambiali” gli armatori ne hanno firmate un grattacielo e dunque la nave deve girare più alla svelta possibile: quasi non c’è tempo di scendere a terra. Non basta: le nuove norme sulla security sono tali che spesso, se i marittimi appartengono a certe nazionalità, a bordo si resta praticamente prigionieri, con tanto di guardie armate.

C’è di più, lo denuncia il presidente di Federagenti. «I marittimi sono l’unica categoria alla quale è di fatto impedito l’esercizio del diritto di voto perfino su navi battenti bandiera italiana». Lo segnala sottolineando che «i marittimi sono ancor più dimenticati dei migranti, che almeno sono un problema spinoso da affrontare: i marittimi sono semplicemente fuori dal radar».

E’ il commissario-ammiraglio Pietro Verna, al timone dell’Authority, a sottolineare l’esigenza che per i lavoratori del mare, «non importa se italiani o no», siano riconosciuti «il rispetto e la tutela dei diritti». Come chiede l’ammiraglio ispettore Giovanni Pettorino, comandante del Corpo delle Capitanerie, in un videomessaggio in cui ricorda quanto sia stato decisivo l’impegno del suo predecessore l’ammiraglio livornese Raimondo Pollastrini per mettere in moto quel po’ di tutela che c’è: è stato Pollastrini l’apripista dell’idea di creare per i marittimi qualcosa che assomigli a una “casa lontano da casa”, secondo una definizione riportata alla memoria da Marisa Metrangolo, vicepresidente della federazione nazionale Stella Maris.

È la storia dell’organizzazione di volontari che nasce da una costola dell’Apostolato del mare: «A Livorno è stata legata alla generosità di Federico Sgherri e ora di Salvatore Vasta», viene ribadito dalla tribuna più volte, a cominciare dall’intervento di Barbara Bonciani, neo-assessora al porto nella neo-giunta di Luca Salvetti. Intanto, Metrangolo sottolinea quanto per i marittimi siano importanti piccole cose come un collegamento bus per arrivare dalle banchine alla città.

Daniele Rossi, presidente di Assoporti, mette l’accento su un altro paradosso: «Più che i soldi, quel che manca è la previsione normativa di poterli spendere senza ritrovarsi nei guai di fronte alla Corte dei Conti».

Ma finora – insiste Remo Di Fiore (sindacato internazionale dei lavoratori marittimi Itf) – finora troppe cose sono affidate al buon cuore: «Contributi spontanei che arrivano dagli operatori sì, ma bisogna passare dalla beneficenza ai diritti. Davvero sarebbe così difficile avere uno-due dollari dedicati all’assistenza ai marittimi come extra sulla tassa di ancoraggio delle navi?».

La conclusione di Tarzia è proprio in questo segno: «Il volontariato è encomiabile ma occorre costruire un sistema non volontaristico bensì obbligatorio». A tal riguardo, insiste su un aspetto: è importante che a gestire questo servizio sia una pubblica amministrazione, che abbia esperienza in questo campo, che ci siano strumenti di perequazione fra i porti. Una sottolineatura che può esser forse letta anche come una candidatura della Capitaneria. —

Mauro Zucchelli

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