Gioco
Sotto il ponte buio noi col cuore in gola per lo sprint finale a colpi di remo
La gara raccontata con gli occhi di un giornalista-vogatore I riti della preparazione, il via e l’ultima virata col tifo che esplode
IL RACCONTO
Ecco la Barontini raccontata da chi l’ha disputata: Nicolò Cecioni, vogatore e cronista.
La notte della Barontini i vogatori non dormono. Chi l’ha vinta festeggia fino a tardi e aspetta le luci dell’alba per leggersi sul giornale. Gli altri vanno a letto con ancora addosso la carica e l’adrenalina di quegli infiniti 3.200 metri. E da sdraiati, con occhi aperti e cuore a mille, si rivedono al rallenty ogni singolo centimetro del Pentagono del Buontalenti.
Gioia, rabbia, delusione, orgoglio, tristezza. È impossibile raccontare agli altri cosa si provi durante questa gara. Figuratevi riuscire a spiegarlo in un articolo di giornale. Ci vorrebbero un paio di enciclopedie. Raccontarla, guardandola da fuori, è una prassi che ogni anno capita un po’ a tutti quelli che fanno questo mestiere. Ma “starci dentro” e poi spiegarla a chi sta fuori con una tastiera e un computer è veramente un’impresa. A maggior ragione se le cose non sono andate come speravi e il cronometro è stato più severo del previsto.
Ho sempre amato le gare remiere e vivendo davanti alla partenza della Barontini, non mi sono mai perso una gara. Anni fa, ho iniziato a raccontarla alla città come giornalista e dopo un po’ mi sono fatto travolgere da questo mondo in modo definitivo, incominciando a vogare anch’io.
Quella di sabato è stata la mia terza Barontini, ma la quinta vissuta da “dentro”. Dopo quattro stagioni sul San Jacopo, mi sono trasferito all’Ardenza insieme a qualche altro ragazzo e al Gabbiano abbiamo creato un gruppo splendido. Ma sabato sera, per l’ennesima volta, abbiamo capito quanto sia crudele questo sport. Passi un anno a spaccarti la schiena tra allenamenti in cantina e sul gozzo e poi tutto si decide in un quarto d’ora. Bene bene o male male.
Alle 18 il ritrovo pre-gara alla vecchia sezione nautica del Montenero. Giro sulla gabbianella del percorso per controllare, un’ultima volta, tutti i punti più delicati del tragitto e per verificare che le barche siano state levate, lasciando libero il passaggio. «Qui possiamo vogare tutti, non c’è bisogno di filare con i remi» spiega Flavio, il timoniere che poco dopo ci guiderà con la voce lungo i 3.200 metri. Tornati a terra, tutti a casa a cambiarci e a prendere la borsa. Nuovo appuntamento alle 20 e ora nessuno ha più voglia di scherzare.
Ci si cambia in silenzio e in fretta. Si preparano i sali minerali, ci si guarda negli occhi. Non servono grandi parole, ognuno sa quello che deve fare. Alle 20,45, tutti insieme a piedi si va verso la Fortezza Nuova, dove troviamo i gozzi che riposano lì dalla mattina. Sono stati i cantinieri a trainarli lì per farli controllare dalla giuria nel pomeriggio. Prima di poterci salire, però, deve passare ancora un’ora e mezzo. Novanta minuti interminabili. Nel frattempo inizia la gara degli juniores e delle ragazze, due ottimi modi per distrarsi e trovare la concentrazione.
Tra vogatori ci si applaude tutti, a prescindere dai colori. È una bella prassi, un modo per rispettarsi e per rendere omaggio al sacrificio che ognuno di noi fa durante l’anno. Per questo ogni volta che un equipaggio sbuca da sotto piazza della Repubblica, tutti fanno il tifo per lui. Intanto il tempo passa e le spallette si riempiono. Alle 22,15 saliamo sul gozzo. A quel punto non esiste più niente, la tensione è a mille e il cuore inizia a battere all’impazzata. Un primo giro di ricognizione per “assaggiare l’acqua” e provare qualche partenza. Si passa davanti alla giuria e sotto casa mia. Poi si torna indietro e proviamo tutto ancora una, due, tre volte. I gozzi iniziano a partire, con il Labrone è iniziata la Coppa Barontini numero 52. Alle 23 andiamo in partenza. Accanto a noi, in strada, ci sono una decina di ragazzi, amici e fidanzate, che con fumogeni e bandiere ci seguiranno per tutto il percorso in motorino. Anche questa è la Barontini.
Ma non c’è tempo di pensare a niente perché lo starter dà il via e bisogna pigiare forte in acqua. Partenza esplosiva e poi il rinforzo dei remi di destra, si passa alla “Strettoia” della Fortezza. La mia fiancata fila in modo perfetto e ci troviamo in piazza dei Domenicani. C’è il delirio. Il Refugio è una “Fossa dei Leoni” che esplode a ogni passaggio dei gozzi. Bisogna rimanere lucidi e concentrati, altrimenti è la fine. Prima della Fortezza Vecchia si fa una “chicane” per poi passare davanti ai pescherecci. Sotto i ponticini del porto si fila tutti, è l’unico punto dove poter respirare. Lì i nostri tifosi sparano anche dei fuochi d’artificio. Dal Nautico in poi si trattiene il fiato e si va avanti senza sosta.
È tra Borgo e piazza Cavour che si vincono o si perdono le Barontini. Il timoniere è bravo, ci fa vogare sempre senza mai andare a picchiare contro le boe e in men che non si dica si arriva davanti alla cantina dell’Ovosodo. L’ultima virata della destra serve per immettersi sotto il Voltone, il ponte buio di piazza della Repubblica che ti porta dritto fino al traguardo. Sbucati da lì ti attendono la folla e le urla dello speaker, che però senti solo come un lontanissimo soffondo. Ultimi metri, dai tutto quello che hai e anche quello che pensavi di non avere. Quando vedi la cantina del Pontino sai che è finita, ma finché il timoniere non dà lo stop non si può smettere.
«Basta, bravi ragazzi. Sono fiero di voi». Ma nessuno gli risponde, siamo esausti. Ci riprendiamo poco prima che Roberto Cipriani annunci il nostro tempo. 15’29’’9, è alto, troppo alto. Siamo dietro. E siamo stremati. Torniamo a terra subito, è andata male ma applaudiamo gli altri che hanno fatto meglio di noi. È andata male, ma è stata comunque una serata indimenticabile. —
Nicolò Cecioni
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google