Il Tirreno

Livorno

Per fermare la nostra decrescita infelice basta con esclusioni sul piano politico

GUIDO GUASTALLA
Per fermare la nostra decrescita infelice basta con esclusioni sul piano politico

Un terzo dei votanti si è espresso diversamente e in quel terzo c’è una parte di classe dirigente  

4 MINUTI DI LETTURA





L’INTERVENTO

GUIDO GUASTALLA

Intervenuto nel dibattito elettorale a TeleCentro, su invito del conduttore Ceccarini, dalla parte di Andrea Romiti, ricevetti i complimenti di Luca Salvetti, per la mia ricostruzione storica di Livorno dalle origini. Non posso negare di esserne rimasto lusingato e positivamente impressionato.

Vedo ora che sul Tirreno un amico di vecchia data, Enrico Mannari, al quale molte cose mi uniscono e altrettante mi dividono, riprende il discorso socio-antropologico-economico sul ruolo del tutto specifico che la nostra città ha ricoperto nel passato fino ai nostri giorni.

Dalla sua fondazione ad opera del Granduca Ferdinando I, fino al blocco continentale napoleonico Livorno è stata un grande emporio commerciale nel Mediterraneo con rapporti sia con i paesi del nord Europa che dell’Africa del nord e dell’Oriente europeo e asiatico, e allo stesso tempo centro manifatturiero e di trasformazione di prodotti che qui arrivavano, venivano stoccati e trasformati.

Queste molteplici attività richiedevano conoscenze, competenze, reti di rapporti e relazioni internazionali, cioè di cultura specifica da un punto di vista tecnico e di cultura umanistico-scientifica da un punto di vista più generale.

La campagna acquisti realizzata dal Governo granducale, resa possibile dalla promulgazione delle Leggi patenti, la cosiddetta “Livornina”, con l’arrivo a Livorno di Comunità provenienti dal Nord come dal Sud, da Ponente come da Levante, in primis ebrei, armeni, inglesi, olandesi, alemanni, scandinavi, svizzeri turcheschi, siriaci, ortodossi dell’Est Europa, etc, rese possibile concretamente la realizzazione di quel progetto con una classe dirigente adeguata alle ambizioni politiche di sviluppo economico al servizio dell’intero Granducato.

Il blocco continentale, come conseguenza dell’occupazione francese alla fine del ‘700 primi ‘800, peraltro ben accolta più che dalla popolazione, dai ceti dirigenti per i suoi contenuti politici di libertà e uguaglianza di fronte alla legge con l’instaurazione dello stato di diritto (tipica la reazione degli ebrei livornesi, entusiasti almeno in parte per la libertà ottenuta, e vittime del blocco e della conseguente crisi economica) fu la causa della prima grande crisi economica da cui la città si sarebbe ripresa solo in parte e che ebbe il suo epilogo con l’Unita d’Italia e la fine del Porto franco.

La ripresa in epoca crispina si realizzò con la creazione a Livorno di una grande industria manifatturiera, soprattutto nel settore siderurgico e delle costruzioni navali. Questo progetto che ebbe la sua massima espansione nel ventennio ha retto, con alterne fortune nel dopoguerra (ricordiamo la crisi del Cantiere e la creazione a Guasticce di uno stabilimento di grande carpenteria siderurgica).

Ma è con la crisi delle partecipate e la riorganizzazione del settore metalmeccanico che venne meno il nocciolo duro della occupazione livornese. Da una parte la Fiat e dall’altra l’Alfa Romeo, dismessa dall’Iri ed acquisita dalla prima, unitamente agli inizi della globalizzazione e riorganizzazione mondiale del lavoro, misero in discussione l’assetto di base della economia livornese.

Responsabilità della politica fu di non aver capito ciò che stava inesorabilmente accadendo e di non aver previsto un piano sostitutivo e un nuovo progetto. Dobbiamo riconoscere che non tutto e non sempre in questo settantennio passato fu sbagliato e sprecato. Il sindaco Raugi ad esempio seppe intercettare con grande intuizione, insieme alla Compagnia lavoratori portuali di Piccini la nascita e lo sviluppo dei Containers, il sindaco Lamberti la reindustrializzazione del Cantiere con le navi di lusso della Benetti. Purtroppo queste intuizioni e scelte felici non furono corroborate successivamente da un disegno strategico complessivo nel quale inserirle.

Questa è la realtà che si trova ad affrontare il nuovo sindaco, a cui vanno i miei auguri più sinceri; una realtà da far tremare le vene e i polsi!

Per affrontarla occorreranno strategie di lungo respiro, riposizionamento nell’Area vasta, in sinergia con l’Università di Pisa, la Scuola Superiore Sant’Anna, una classe dirigente all’altezza delle sfide del mondo contemporaneo, e infine afflusso di capitali italiani e stranieri per realizzare le infrastrutture ancora non completate.

Certo se democrazia, come diceva Giorgio Gaber, è partecipazione, occorrerà una rinnovata partecipazione dei cittadini, dei corpi intermedi, di ciò che fosse rimasto della classe dirigente, senza ricominciare con esclusioni determinate sul piano politico. Ricordiamoci che di quel 50% che ha votato, un terzo si è espresso diversamente e che in quel terzo ci sono forze economiche, culturali, classe dirigente in una parola, di cui la città non può e non deve fare a meno.

È con questo augurio che voltiamo tutti insieme pagina, sperando di sostituire alla decrescita che è sempre infelice, una crescita felice.



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web