Il Tirreno

Livorno

La storia di Paola Bachini: «Avevo un aneurisma cerebrale gigante, Prosetti e la sua equipe mi hanno salvato»

Giulio Corsi
La storia di Paola Bachini: «Avevo un aneurisma cerebrale gigante, Prosetti e la sua equipe mi hanno salvato»

Livorno, l’ex presidente dell’Unicef: «Quel reparto è un fiore all’occhiello, l’Asl deve fargli un monumento non la multa»

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LIVORNO. «Avevo uno sdoppiamento di vista. Il 27 marzo sono andata a farmi visitare in intramoenia dal dottor De Luca, primario di Oftalmologia, che ha escluso problemi oculistici e mi ha consigliato di fare una risonanza cerebrale. La prima data utile era il 5 aprile a Cecina: dopo l'esame, uscita dall'ambulatorio, ad aspettarmi ho trovato il dottor Prosetti. Mi ha preso da una parte, con grande delicatezza mi ha detto che avevo un aneurisma ad alto rischio, grande 19 millimetri. Mi ha spiegato che non c'era tempo da perdere. Il 15 aprile mi ha operato. "Signora, non avevo mai visto un aneurisma così pronto a rompersi" mi ha detto dopo l'intervento. Se oggi sono viva è grazie a lui».

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Paola Maselli, 73 anni, conosciutissima a Livorno col cognome del marito come Paola Bachini, storica ex presidente dell'Unicef Livorno, è ancora emozionata quando racconta la sua esperienza.

«Quando ho letto sul Tirreno che il dottor Prosetti era stato richiamato per aver fatto troppi interventi, ho pensato che avrei dovuto raccontare la mia storia e ciò che lui e la sua equipe hanno rappresentato per me e per moltissimi livornesi: io credo che a Prosetti, così come a tantissimi altri professionisti dell’ospedale, l’Asl dovrebbe fare un altare, non le multe. Come si fa a mettere a repentaglio la vita delle persone in nome del budget e del contenimento della spesa? Sulla salute non si scherza. Cosa avrebbe dovuto fare Prosetti? Non operare me e tanti altri con aneurisma non rotto?».

«SIGNORA, LEI È A RISCHIO»

Paola Maselli riavvolge il nastro: «Prosetti mi disse che era necessario parlare tranquillamente e mi dette appuntamento in reparto, a Livorno. Mi spiegò che nel 96% dei casi gli interventi vanno a buon fine ma che in un 4% avrei potuto rischiare un’ischemia, o una trombosi, insomma che poteva andar male. Mi spiegò che avrei potuto anche perdere la vista dall’occhio destro perché non era escluso che nel tratto che avrebbe dovuto trattare partisse il nervo oftalmico e che insomma avrei potuto risvegliarmi non vedente. Lo ascoltavo ma mi sembrava che parlassero di un’altra persona, perché stavo bene a parte quello sdoppiamento di vista mentre il medico mi stava dicendo che potevo avere poche settimane di vita. Com’era possibile? Prosetti mi disse di non pensarci troppo e di decidere. Non avevo alternative: il 13 aprile, era sabato, mi fece ricoverare al 3° padiglione, nel reparto di Neurochirurgia e il lunedì 15 aprile mi operò».

4 ore di intervento

«Sono entrata in sala operatoria alle 8.30 - continua la Paola Maselli -. Mi hanno sottoposto ad angiografia, poi è arrivato l’anestesista. Al momento di addormentarmi ero felice, finiva un’agonia durata 10 giorni. Poi è iniziato l’intervento che è andato avanti per oltre 4 ore».

«Quando mi hanno risvegliata - racconta - , con un buffetto sulla guancia ho pensato che ero viva. Tre giorni dopo il dottor Arpesani e il dottor Pullerà sono venuti a trovarmi in reparto dicendomi che mi avrebbero dimessa, ma che avevano trovato un altro piccolo aneurisma durante l’angiografia preoperatoria e che dovranno valutare se e quando toglierlo. Ci vedremo a metà luglio: Prosetti non ci sarà, sapevo che sarebbe andato in pensione, ma so che il reparto è rimasto in ottime mani, me l’ha detto lui stesso dimostrando grande affetto per i suoi colleghi e per una struttura che ha contribuito a mettere in piedi. Mi ha raccontato che se un giorno succedesse qualcosa a lui, si farebbe curare proprio nel suo vecchio reparto».

EQUIPE SUPER

«Questo dottore - continua Paola Maselli - mi ha salvato la vita, ma non l’ha fatto da solo, c’è un’equipe, dall’infermiere che mi ha tenuto compagnia durante l’angiografia a tutti i medici che hanno dimostrato di essere eccellenti, dal punto di vista umano e professionale. Mi hanno sottoposta ad una embolizzazione con tecniche d’avanguardia. Ecco perché sono qui a condividere questa mia esperienza e la mia gratitudine e a sottolineare l’importanza che non si permetta in nome del risparmio la dispersione e il declassamento di un reparto che salva ogni anno decine di vite».
 

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