Gioco
Ex dirigente dell’Authority nei guai per i lavori in ritardo
Slittato di 17 giorni il via all’escavo. La Guardia di finanza segnala alla Corte dei Conti un danno erariale di 11mila euro perché non sono state chieste le penali all’impresa
LIVORNO. Il porto torna sotto i riflettori dei militari della Guardia di finanza: stavolta per un appalto. Nel mirino dell’indagine del Nucleo polizia economico-finanziaria (Pef) delle Fiamme Gialle sono finiti i lavori per una campagna di dragaggi dell’Authority il cui bando di gara era stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale alla vigilia del ferragosto di due anni fa, arrivando poi all’aggiudicazione agli inizi di aprile dell’anno successivo.
I finanzieri hanno segnalato alla Procura regionale di Firenze della Corte dei Conti un ex dirigente pubblico ora in pensione: si tratta di Massimo Vivaldi, che a Palazzo Rosciano guidava il settore sicurezza-ambiente e nel bando in questione è indicato come responsabile unico del procedimento. Cosa gli viene contestato? Niente che abbia a che vedere con reati penali gravi tipo corruzione o simili, la sua colpa – perlomeno, è questo quel che dice l’accusa – è quella di non aver vigilato abbastanza sui tempi di esecuzione dei lavori di dragaggio dei bacini portuali da parte di una società consortile della provincia di Caserta.
Nulla viene contestato riguardo alla regolarità della gara (base d’asta 834mila euro) né relativamente all’aggiudicazione. A giudizio della Guardia di finanza l’impresa aggiudicataria dell’appalto aveva iniziato i lavori con 17 giorni di ingiustificato ritardo rispetto a quanto previsto e il dirigente pubblico non avrebbe chiesto l’applicazione della penale indicata. L’ammontare del contratto è di circa 631mila euro e, siccome per ogni giorno di ritardo nel via ai lavori era stata prevista una “multa” equivalente all’un per mille dell’importo dell’appalto (631 euro), i militari delle Fiamme Gialle imputano che l’inadeguata vigilanza abbia causato un danno di quasi 11mila euro alle casse dell’Erario.
Al di là del controllo sul rispetto di un qualunque adempimento formalistico, – viene spiegato dal quartier generale del Nucleo polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza – dietro gli accertamenti c’è il tentativo di mettere i bastoni fra le ruote a chi semplicemente si infila nelle pieghe delle gare d’appalto per accaparrarsi gli appalti senza avere alle spalle né una azienda strutturata né una attrezzatura tecnico-operativa adeguata per compiere i lavori previsti. Come dire: il ritardo nell’avvio dei lavori può essere l’indizio del fatto che l’impresa deve ancora dotarsi del necessario per aprire il cantiere. E mostrare severità verso chi deve controllare il rispetto delle date è una spinta indiretta a mettere in riga tutto l’ingranaggio.
Com’è noto, i dragaggi sono essenziali per qualsiasi porto ma soprattutto per quello di Livorno, sempre a rischio di insabbiamento dei fondali e dunque di riduzione dello spazio utile per il pescaggio (e perciò delle dimensioni delle navi da far arrivare così come dei loro quantitativi di carico).
In questo caso, gli escavi riguardavano la Darsena Pisa – che ospita i rimorchiatori – e gli accosti 35 (sul Canale Industriale) e 38 (Calata del Magnale nei pressi della Darsena Ugione).
I fondali nella zona dei due accosti dovevano essere riportati a 9 metri e mezzo di profondità: su un’area di 12.600 metri quadri l’accosto 35 (con 2.200 metri cubi di sedimenti da portar via) e di 11mila metri quadri l’accosto 38 (asportando 10. 700 metri cubi di fanghiglia). Alla Darsena Pisa l’area interessata era di 12. 600 metri quadri da riportare a sette metri e mezzo di profondità escavando 2. 600 metri cubi di detriti. In tutto dunque 15.500 metri cubi di melma da spedire nella seconda vasca di colmata a ridosso della Darsena Toscana. Ma in realtà l’appalto metteva in preventivo 40mila metri cubi da dragare: i restanti 24.500 metri cubi non erano indicati fin dall’inizio, se ne rimandava l’individuazione in una seconda fase quando l’intervento era in corso. —
Mauro Zucchelli
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