Gioco
Betty aveva 19 anni. L'appello della sorella ai giovani: «Non bevete, si può morire in 435 metri»
Livorno, morì nell'auto guidata da un amico dopo una serata in un locale: state attenti, amate la vita e non fidatevi di nessuno
LIVORNO. Lo ha scritto per Betty, ma sua sorella non potrà leggerlo per provare a salvarsi. È il testamento del dolore che Valentina invia ai giovani, ai ragazzi come Elisabeth: affamati come lei di vita, ingordi di sorrisi, abbracci, sogni e note come si deve essere a 19 anni. «Non importa quanta strada devi fare – scrive – bastano 435 metri per morire». Un pugno in faccia a pensare a quanto sia stato breve e maledetto l’ultimo viaggio di Betty.
Perché è questa la distanza, irrisoria, banale rispetto ai chilometri che percorriamo ogni giorno, che divide il locale dove è salita a bordo dell’auto dell’amico all’alba del 15 ottobre di due anni fa e il punto in cui la macchina ha cominciato a sbandare in mezzo alla nebbia speronandone poco dopo un’altra prima di sfondare il guardrail e finire giù, in un fosso lungo la via Emilia. «Un piccolo tratto di strada, a tutta velocità, sotto effetto di alcolici – prosegue – e la vita si spegne. Sogni, speranze, gioie, portate via per sempre».
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E può succedere anche lungo una strada conosciuta, percorsa altre mille volte prima di quella, per arrivare a casa. Ecco perché l’unico antidoto all’imprevisto è prendersi cura di sé stessi, volersi bene e pensare che non c’è un’altra opportunità, non si torna indietro, ma si può solo continuare a camminare per un altro metro. E poi un altro ancora facendo attenzione a dove si mettono i piedi.
Come? «Imparate ad amare la vita – va avanti Valentina che dalla morte della sorella non c’è giorno che non le dedichi un pensiero – imparate a darle il valore immenso che ha. Usate la testa. Non bevete se dovete guidare. Andate piano. Mettetevi sempre le cinture. Non fidatevi mai, anche l’amico più caro può rovinarvi la vita, quando non è in sé. Anche per un piccolissimo tratto di strada».
Alle sei di quel giorno di ottobre deve essere successo così: qualche bicchiere di troppo, l’impressione di essere invincibili, l’illusione di poter controllare il futuro. Così la velocità sale fino al momento in cui tutto diventa incontrollabile, più grande di quello che immaginavi, il mondo ti si rivolta contro e da protagonista diventi spettatore di un film tremendo.
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«Non vi fidate mai – ripete la sorella di Betty – abbiate cura di voi e degli altri. La vita è più importante. Nessuno può immaginare di morire dietro l’angolo, a un passo da casa: nessuno. E invece è accaduto. Non fidatevi mai. Fatelo leggere a tutti, ai vostri figli, amici ai vostri cari è un messaggio che deve salvare vite. Se ci pensate basta poco». Valentina usa anche un hashtag, quattro parole che dovrebbero essere un comandamento più che uno slogan sui social: #chiguidanonbeve. Punto.
«Betty – conclude nella lettera che ha scritto dando il consenso al giornale per pubblicarla – vorrebbe questo, dare un messaggio ai giovani. Se la giustizia è servita a poco (l’amico che era al volante è stato condannato in abbreviato a due anni e otto mesi ndr), almeno cerchiamo noi di dare un messaggio, ogni giorno, perché ci sono vite che si possono salvare». Serve accompagnarle, renderle consapevoli, un metro dopo l’altro, oltre i 435 metri che avrebbero dovuto portare Betty Jane fino a casa. E oggi si sono trasformati in un testamento, in una lettera aperta ai fratelli e alle sorelle di Elisabeth per cercare di salvare loro dal buio e chi resta dal dolore.
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