Gioco
Nogarin non va in Europa: «Fatto il bene della città, hanno vinto i mediocri»
Nel giorno della doppia sconfitta faccia a faccia con il sindaco nel suo ufficio:«Non ho rimpianti, il voto a Livorno è stato trasformato in una guerra tra bande»
LIVORNO. Cinque anni fa era entrato da vincitore nell’ex Comune rosso promettendo di aprire porte e cassetti per cambiare l’aria dentro al Palazzo. Sembra passato un secolo guardando oggi Filippo Nogarin, sindaco pentastellato uscente, nel giorno in cui il vento – lui appassionato di vela – è girato durante la strambata decisiva facendolo restare fermo in mezzo alle correnti della politica: il Movimento escluso dal ballottaggio alle amministrative e lui fuori dal parlamento europeo. Più arroccato che seduto nel suo ufficio, di fronte tiene un computer portatile accesso dal quale toglie raramente gli occhi e due tazzine di caffè prese alla macchinetta. Intorno le cose più care: un castello di carta per gli appunti, un libro sul nuovo Rinascimento, una foto della figlia Camilla, una tazza con il logo del Livorno calcio piena di penne, un’altra del Mercato centrale e la statuetta-santino di Beppe Grillo. Alle sue spalle tre opere astratte dell’artista Enrico Bertelli, sul pavimento documenti e dossier. Più lontano la riproduzione di una gallina livornese seduta su una sdraio e un missile giocattolo che somiglia all’iperbole di chi doveva andare sulla Luna e invece è rimasto sulla Terra ma non può far altro che guardare sia avanti che indietro.
Sindaco, inutile girarci intorno: è fuori dalle Europee?
«Di questo non parlo (il dato definitivo è arrivato solo in tarda serata ndr)».
Allora partiamo da come si è svegliato quando ha visto i risultati...
«Con la consapevolezza che il contorno politico rispetto a cinque anni fa è cambiato sensibilmente. Ecco perché la battaglia politica a livello nazionale si è trasformata in un referendum su Livorno. Dico di più: dopo la nostra vittoria nel 2014, la città si è trasformata, anche grazie alle nostre scelte, in un laboratorio dove è andato in scena uno scontro tra tre poli che è degenerato in una guerra tra bande e il bene della comunità è rimasto in secondo piano».
Somiglia a un attacco ai due candidati che sono arrivati al ballottaggio.
«Nessuno di questi mira al bene di Livorno tra dieci o vent’anni. Nessuno ha una visione. Si tratta di un mediocre contro un grande mediocre. Tra i candidati Stella (Sorgente ndr) era la più preparata. Ecco perché credo che i livornesi abbiano perso una grande opportunità. Ma sono convinto che lei saprà, con il suo pragmatismo, fare bene anche dai banchi dell’opposizione. Anche se si tratta di un’altra cosa».
Però la città alle urne ha bocciato anche il suo lavoro e quello della sua giunta.
«Guardi che al primo turno cinque anni fa il dato era simile».
Allora guardiamo il dato delle Europee: i Cinque Stelle a Livorno hanno avuto oltre tredicimila voti e lei meno di duemila preferenze. Come lo spiega?
«Il problema è che i livornesi la preferenza non la danno. Succede a tutti i partiti».
Quindi non ha niente da recriminarsi rispetto al lavoro fatto?
«Assolutamente no. E lo sa perché? Abbiamo mirato al risanamento della città e ci siamo riusciti. Lascio una Livorno migliore di quella che abbiamo trovato. Ma il consenso è un’altra cosa. Anche se il voto dei cittadini va rispettato, sempre».
Stalli blu, differenziata, rotonde sul lungomare. Rifarebbe proprio tutto?
«Sì, perché erano tutte operazioni necessarie: stalli blu e differenziata sono il futuro. E vedrete che il prossimo sindaco non cancellerà nulla. Certo, con il senno di poi si potevano fare meglio. Ma non ho rimpianti, in questi cinque anni non ho fatto nulla per il consenso, ma ho mirato al risanamento di Livorno. E rivendico ogni singolo provvedimento e mi assumo la responsabilità di quello che è stato fatto».
A cosa si riferisce?
«Prima di tutto ad Aamps e Spil che abbiamo salvato dal baratro creando un modello Livorno a livello nazionale per quello che riguarda le società a partecipazione pubblica».
Parliamo della scelta di candidarsi alle Europee. A molti è sembrato un segnale di debolezza: nessun sindaco aveva deciso di non ripresentarsi dopo il primo mandato.
«Sa bene che nel Movimento c’è una regola che limita a due i mandati. Dopo aver fatto l’esperienza da sindaco e verificato come i fondi europei siano l’unica strada per riuscire ad avere soldi per i comuni, ho deciso che un mio impegno a Bruxelles poteva essere la soluzione migliore per il territorio».
Quindi l’alluvione e l’inchiesta che la riguarda non c’entrano nulla?
«Ha una sua componente. Però non ho intenzione di parlarne. Ho già detto molto. Aggiungo solo che su quanto è avvenuto c’è stata una forte speculazione politica. E davanti a eventi imprevedibili serve profondo rispetto».
Passiamo al suo rapporto con il Movimento. La sua campagna elettorale per le Europee è sembrata molto sotto tono. È d’accordo?
«In questi mesi sono andato a fare l’accompagnatore dei sindaci candidati più che lavorare per me. Mi sono sentito imbavagliato, tanto che in televisione non sono mai andato, ma ho continuato a lavorare qui come nessuno aveva mai fatto prima».
Scusi, ho capito male ho si è sentito abbandonato dai vertici del Movimento?
«No, ma è cambiato il rapporto con i vertici: ora non ci diamo più del tu come prima. Ma i miei valori sono gli stessi. Sono quelli dei Cinque Stelle. Il problema è che il Movimento da entità è cresciuto in tempo zero. E ora ha bisogno di tempo, di un adattamento che passa anche dalle sconfitte che insegnano tanto».
Di Maio l’ha chiamata?
«No».
Tornando indietro oggi cancellerebbe il messaggio che ha postato su Facebook dicendo che avrebbe aperto il porto di Livorno ai migranti?
«(Pausa, silenzio ndr) Pensando di mettere a repentaglio il futuro del governo rifarei quello che ho fatto».
Visto che siamo in tema di delusioni qual è stata la più grande?
«Mi ha fatto arrabbiare la mancanza di onestà intellettuale dell’uomo politico. Mi spiego, per una appartenenza partitica non si riconosce il bene pubblico. E mi riferisco alle opposizione e alle strutture amministrative».
Torniamo a lei, come l’ha cambiata questa esperienza?
«Diciamo che prima ero più disposto a sorridere a tutto e ora non è più così. Sopratutto perché la classe politica è incapace di intercettare l’onestà intellettuale. Però devo anche dire grazie a tutte le persone che mi sono state vicine. A cominciare dai consiglieri comunali di maggioranza e gli assessori della giunta che si sono dimostrati fratelli e sorelle. Poi a livello personale la famiglia: la mia compagna Anna, i miei genitori e i miei suoceri. Fare il sindaco è un lavoro totalizzante che ti porta a rinunciare agli effetti, a perdere delle cose. Ma in cambio ti dà tantissimo: esperienze indimenticabili». Dalla finestra dell’ufficio del sindaco si sentono le grida di chi ha vinto. «Questa corrente – dice Nogarin guardando verso la finestra – mi dà fastidio, la potete chiudere per favore».
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