Gioco
Il vescovo: «Domenica dite la vostra col voto. In politica i cattolici tornino a impegnarsi»
Livorno, Giusti alla messa della patrona: «Sogno una nuova Europa che riscopra le sue radici cristiane e, nel dialogo fra le diverse “famiglie”, crei senso di solidarietà»
LIVORNO. Probabile che santa Giulia, ragazza cartaginese di 17 secoli fa, avesse la pelle un po’ scurina e fosse arrivata dalle nostre parti con un barcone. Il vescovo Simone Giusti racconta le “sante Giulie” di oggi e cita una sfilza di martiri di questi ultimi anni, anche loro con il volto parecchio abbronzato: sono Grace Akullo, padre Fransiskus Madhu, suor Anne Thole, padre Thomas Pandippallyil, suor Valentine Uwingabire. Quanto basta perché, in un duomo stracolmo per la festa dedicata alla patrona – nella nostra città dalla tradizione multietnica non poteva che essere un’immigrata nordafricana – il vescovo parli del Male andando all’attacco dei “cattivi maestri”.
Alla radice di tutto, a giudizio del presule, c’è una cultura relativista secondo la quale: 1) «non esiste né il bene né il male»; 2) ha rotto «il patto di fiducia fra figli e genitori delegittimando i padri», anzi postulandone la “morte”; 3) si «alimenta la cultura del “desiderio” e si dimentica quella del bene comune».
Accenni e sottolineature in vista delle elezioni? No, se pensiamo alla propaganda di corto respiro. Sì, se pensiamo che l’approdo di tutta l’omelia è l’appello a «un nuovo e forte, impegno politico dei cattolici», a cominciare dalla «partecipazione al voto, al prossimo voto locale e europeo». Se qualcuno non l’avesse capito: «Domenica non si va al mare, anzi ci si va ma prima si vota».
Sarebbe sciocco attendersi dal vescovo lo spot elettorale per Tizio o per Caio. Meglio puntare i riflettori sull’Europa e disegnare l’identikit di cosa dev’essere il nuovo protagonismo politico cattolico: «Noi crediamo all’Unione Europea ma non a questa Unione, non a questa Europa senza valori».
Strizzata d’occhio al fronte sovranista? In realtà, Giusti non predica il ritorno alle piccole patrie, al contrario chiede più Europa: un salto verso un orizzonte fatto dal «bene comune europeo» e il riferimento sono «tre cristiani come Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi». È necessario un maggior sforzo educativo: chiede «più spazio nella scuola» sia per le religioni («hanno sempre fondato la coscienza etica dei popoli») che per l’educazione civica.
Insomma, il vescovo invita non a alzare muri ma a mettere i mattoni di una nuova convivenza. Come? C’è da «sedare le paure culturali» e c’è da «riconoscere e sentire vicine le persone che stanno arrivando qui». Con un obiettivo: rimettere in piedi una nostra bussola «intorno a un nucleo di principi, che includa i diritti umani, l’uguaglianza, la non discriminazione e la democrazia». Guai se continuiamo a incardinare l’esistenza sul «crescente individualismo, la sempre maggiore attenzione alla prosperità economica e alle proprie personali ambizioni».
L’architrave di tutto – parole di Giusti – sta nel «riconoscere le radici cristiane dell’Europa» («e da dove veniamo sennò: da Pinco Pallo?»). Ma in forma aperta per dar vita a «un senso di solidarietà»: nasce l’esigenza di un nuovo patto perché una particolare filosofia o una sola religione di per sé non sono sufficienti dentro una società complessa. Ecco che il vescovo fa appello a «tutte le diverse famiglie spirituali che costruiscono la società»: è indispensabile che questo nuovo solidarismo «i cristiani lo vedano come centrale nel loro cristianesimo, i musulmani lo scoprono fondamentale nel loro Islam, le diverse tipologie di filosofie laiche come cruciale per il loro pensiero». Nasce da qui l’idea che occorre «riconoscere anche la dimensione religiosa anziché emarginarla» così come sarebbe un «grave errore« farlo all’opposto con «le filosofie atee o non credenti».
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