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Livorno

Dalla Cina alle Canarie fra guerra e amicizia: quel portasigarette del capitano “affondato”

Gian Ugo Berti
Dalla Cina alle Canarie fra guerra e amicizia: quel portasigarette del capitano “affondato”

L’ufficiale Dalison lo ricevette in dono dal comandante Primo Longobardo, caduto in battaglia. Non se ne separava mai: morì quando lo perse 

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IL RACCONTO

Dalla Cina alle Isole Canarie, in Atlantico: estremi di una storia d’amicizia e di guerra. È la notte del 14 luglio 1942. Il comandante della nave inglese ha imbarcato i naufraghi del sommergibile italiano affondato. Sono pochi.

Il capo non è con loro, è scomparso nella battaglia. Li osserva. Estrae un portasigarette d’argento, rispettoso lo apre davanti a quegli uomini, suoi nemici, ora esseri umani stremati. Uno sguardo di gratitudine, la mano del naufrago s’avvicina, poi si blocca. L’ufficiale è perplesso. Porge il portasigarette ad un altro naufrago. L’offerta è respinta, così un terzo. Chiede spiegazione. Nessuno parla, tutti fissano l’oggetto.

Osserva lui stesso e legge il nome, che conosce: «Con fraterna amicizia, Primo Longobardo». Il dono, l’ufficiale inglese. J.S. Dalison – così si chiama – quel portasigarette lo ha ricevuto anni prima in Cina, dal comandante di quel sommergibile quando i loro Paesi erano in pace. Canada, 1949.

«Il comandante Dalison porta con sé, quasi come un talismano, il dono di Longobardo, un oggetto dal quale non ha voluto separarsi. Durante una partita di pesca – scrive Augusto Zedda – il portasigarette gli sfugge di mano e scompare nelle acque del lago. Dalison rimane scosso. Con il volto teso, lascia i compagni e riparte alla guida della propria automobile. Qualche ora dopo, viene trovato con l’auto schiantata contro un albero».

Così ricorda l’accaduto l’ammiraglio Baslini: «Dalison muore sul colpo. L’amico che l'ha visto l'ultima volta da vivo, lì accanto al lago, nota che ora, dopo la morte, il volto appare rassegnato e disteso. Quasi abbia ritrovato qualcuno o qualcosa che abbia cercato per molto tempo».

E allora ricordiamo cosa avvenne quella notte. È l’ultima notte per il comandante Longobardo. Dal sommergibile è stato avvistato un convoglio, piroscafi e quattro fregate. Il “Calvi” è vicino. L’ordine perentorio è: «Attaccate solo se situazione è favorevole».

La situazione è sfavorevole, perché è solo. Primo Longobardo non esita – ricorda il giornalista Angiolo Berti – e sceglie la lotta. A tutta velocità il “Calvi” gli va incontro. Alle 22,30, sbuca il “Lulworth”, nave inglese. È dotato di radar e la sorpresa svanisce.

Longobardo ordina immersione rapida, ma è inquadrato dalle bombe di profondità. Sul “Calvi” si aprono vie d’acqua. Bisogna emergere. La manovrabilità è compromessa. Ma si può combattere.

E Longobardo, con gli uomini, diventa protagonista d’una battaglia navale a colpi di cannone: quattro navi da guerra e un sommergibile sbilenco.

S’inizia a sparare anche con le mitragliatrici, a distanza di 500 metri.

Gli uomini del “Calvi” vengono falciati. Per tre volte la nave tenta d’investire il battello.

A Longobardo non resta che l’autoaffondamento per evitare la cattura: una raffica l’uccide.

Il battello galleggia. I superstiti accelerano l’affondamento. Dal “Lulworth” mettono in mare un’imbarcazione con ufficiale e marinaio per salire sul “Calvi”, che poco dopo, scompare nell’oceano.

Il destino vuole che il ricordo del comandante rimanga vivo non solo nei cuori degli uomini. Anche un portasigarette e la storia d’amicizia, di lì a poco, faranno altrettanto.

Il comandante Primo Longobardo e il sottotenente di vascello Gennaro Maffettone ricevettero la Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, mentre alla memoria del capitano Aristide Russo e del 2° capo Pietro Bini fu conferita la Medaglia d’argento. —

Gian Ugo Berti



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