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Il Rotary club dona computer e stampanti ai detenuti delle Sughere
LIVORNO. Sedici detenuti delle Sughere potranno laurearsi più facilmente dal carcere grazie a un progetto del Rotary Club Livorno. I soci hanno infatti donato alla casa circondariale una stampante e cinque computer portatili, grazie ai quali gli ospiti della casa circondariale che hanno intrapreso gli studi come parte del proprio percorso riabilitativo potranno produrre gli elaborati richiesti dai loro docenti dell'Università di Pisa.
Nel progetto è compresa anche la donazione di due postazioni fisse, sistemate nelle biblioteche di media e massima sicurezza, che daranno ad altri due detenuti la possibilità di lavorare alla catalogazione e riorganizzione dei libri. «Ogni volta che la società viene a portare risorse all'interno del carcere è un'occasione positiva», ha commentato il direttore Carlo Mazzerbo dopo aver ricevuto anche il gagliardetto del Club dalle mani del presidente Fabio Matteucci, il quale ha poi precisato: «Mia figlia è penalista, e mi aveva chiesto di "fare qualcosa per i suoi detenuti". La terra dove siamo nati e le famiglie in cui siamo cresciuti ci hanno resi dei privilegiati, ed è nostro dovere dare a chi non ha avuto le stesse opportunità».
Mazzerbo e Matteucci raccolgono così l'eredità dei rispettivi predecessori: la consegna delle macchine era prevista per dicembre, ma è stata posticipata per motivi di sicurezza (i computer sono stati "blindati" per impedire qualsiasi connessione). «Doveva essere il regalo di Natale, sarà l'uovo di Pasqua», ha riassunto Matteucci. Un regalo accolto a braccia aperte dai detenuti, come testimoniato dalla responsabile educativa Patrizia Critti e dal garante Giovanni De Peppo: «Ogni anno abbiamo circa sette laureati, ovvero quasi tutti quelli che si diplomano. Questi computer invoglieranno tutti a migliorarsi, e spingeranno molti a intraprendere gli studi», ha spiegato la prima, mentre il secondo ha sottolineato come «durante i colloqui emerge sempre l'esigenza di maggiore cultura, necessaria perché i detenuti possano lavorare su se stessi». —
M. S.
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