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Morti in corsia, quella scia di vite spezzate rimaste senza giustizia
Riconosciuta colpevole di omicidio per 4 morti, la Bonino non è considerata responsabile per altri 9 decessi. Dall’operaio delle acciaierie all’ex carabiniere, le storie di un thriller disvelato solo in parte e grazie ai test di laboratorio
LIVORNO. L’ultima dose è stata per lui, Bruno Carletti. Era andato in pensione da pochi anni, dopo una vita chiuso nei capannoni della Magona, davanti ai laminatoi di acciaio ardente, voleva riprendersi il cielo, il salmastro, l’ossigeno perduto; così potevi vederlo passare una giornata intera a guardare il mare, sempre lì, affacciato sul golfo di Piombino, l’aria burbera, il cappellino da baseball fisso in testa e lo sguardo all’orizzonte.
A Villamarina ci arriva per un intervento al femore il 25 settembre 2015, quasi un controllo. Non è neppure grave. È morto due giorni dopo. «Fausta no», le dice al telefono, molto dopo, la caposala Virna Agostini, stufa di sentire spiegazioni confuse. «All’ultimo non faceva niente (quella puntura), non faceva proprio nulla». No, a Bruno l’eparina non serviva, nessuno l’aveva prescritta. Ma è nella sua stanza senza vista mare che i carabinieri del Nas trovano la prova madre di questo plot oscuro, la boccetta dell’anticoagulante che abbiamo imparato a conoscere seguendo una scia di vite spezzate che per i giudici solo in 4 casi su 13 sono attribuibili all’infermiera killer, alla donna che anche adesso continua a professarsi innocente.
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Bruno aveva 74 anni, figli e nipoti che oggi trovano giustizia non avranno pace. Le analisi di Careggi arrivano poco dopo la sua morte e confermano: nel sangue ci sono alte concentrazioni del farmaco, è questa molecola ad aver diluito globuli rossi e piastrine, ad aver fatto esondare l’emorragia che l’ha ucciso. È l’epilogo di un thriller risolto solo a metà, per i decessi del 2015. Per il 2014, i delitti dell’eparina rimangono un’incognita giudiziaria. Noi possiamo supporre, dedurre, fantasticare sui capitoli mancanti di questo noir ancora indecifrabile. Sappiamo con certezza solo chi sia l’assassina di Bruno e quella di altri tre pazienti ricoverati nella rianimazione di Piombino. La fine degli altri resta sospesa in un limbo di prove e indizi mancanti.
L’ergastolo per la Bonino l’hanno scritto i test di laboratorio. Franca Morganti, 77 anni, piombinese, è il primo caso in cui i sospetti siano ricollegati direttamente all’infermiera. Anche lei muore il 9 gennaio 2015 dopo una forte emorragia, anche lei – confermano i test di Careggi – per un’overdose di eparina. Anche lei è una delle facce di questa strage degli innocenti, di una comunità diventata una fila di croci piantate in un camposanto «all’improvviso», un popolo di volti comuni - dall’ex operaio al centralinista dell’Asl, dal benzinaio al cartolaio - entrato in ospedale magari con sintomi importanti ma convinto di potercela fare, di essere in buone mani, quelle della sanità toscana, per anni raccontata come un’eccellenza.
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E un’eccellenza avrebbe dovuto assicurarsi che nessuno iniettasse a Mario Coppola, un ex carabiniere di Pompei trapiantato a Piombino, il farmaco che diluisce la vita fino a risucchiarla, perché soffriva di piastrinopenìa, e dunque per lui l’eparina era veleno, criptonite. I medici l’avevano perfino esclusa dalla terapia. Ma Fausta decideva e recideva destini. Così Mario viene ricoverato il 10 marzo 2015, se ne va il giorno dopo per un’insufficienza respiratoria acuta. Anche qui, le analisi confermano. Causa della morte: dosi letali di eparina, lo sciroppo dell’infermiera diventata un’Erinni.
Angelo Ceccanti, 74 anni, aveva una grossa cartoleria a Piombino. Va in sala operatoria il 30 giugno. Mezz’ora dalle 12.35 alle 13, un intervento di tracheotomia. Nella cartella clinica non c’è nulla di anomalo, niente di riconducibile a sanguinamenti improvvisi. In serata un’emorragia alla trachea lo uccide. La Bonino, anche stavolta, è di turno. Sono gli unici per cui resterà agli atti una verità accertata.
Le storie e la fine degli altri continuano a galleggiare in una nube di sospetti. Così piangiamo ancora Marco Fantozzi e il suo calvario durato 7 giorni. È il primo ad andarsene, il 19 gennaio 2014. «Lo intubarono e mi guardava con gli occhi spalancati, come se mi chiedesse aiuto», ha raccontato la moglie dell’ex centralinista dell’Asl di Rosignano. Piangiamo ancora Adriana Salti, 76 anni, di Campiglia, o Terside Miliani, Marise Bernardini, Lilia Mischi, Alfo Fiaschi, gran chiacchierone di Massa Marittima che allevava i ragazzi a giocare a pallone; o Elmo Sonetti, che tutti i giorni, in estate, dopo aver chiuso il distributore a San Vincenzo, passava a fare il bagno a Baratti. Dovremmo infine costruire un piccolo monumento a Enzo Peccianti, piombinese, morto a 87 anni, figlio di un operaio delle acciaierie licenziato perché s’era rifiutato di aderire al Partito fascista e che per questo decise di caricarsi sulle spalle la famiglia e, da bambino, alzarsi ogni notte alle 2, attraversare i campi al buio fino all’altoforno, per poi uscire alle 8, correre a scuola e, a volte, addormentarsi sui banchi sfinito.
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