Il Tirreno

Livorno

Porto in lutto, si è spento l'imprenditore Dino Magagnini

Dino Magagnini in un momento di relax in famiglia
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Dino Magagnini in un momento di relax in famiglia

Aveva 93 anni. Era stato uno dei protagonisti della ricostruzione post-bellica del porto creando dal nulla insieme al padre Bruno una impresa di autotrasporti (che quest'anno festeggia il 70°). Lunedì 15 i funerali

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LIVORNO. Si è spento all’età di 93 anni Dino Magagnini, figura della vecchia guardia imprenditoriale che ha ricostruito il porto e la città nel dopoguerra: è partendo dal nulla, in mezzo a lutti e rovine, in un contesto di straordinaria difficoltà e ancor più straordinaria energia che, insieme al padre Bruno, ha fondato l’impresa di autotrasporti che in questi mesi celebra il proprio 70° anniversario ed è adesso guidata dal figlio Marcello (Dino aveva tre figli, le altre due sono Elisabetta e Barbara).

“Era amico di Italo Piccini e Marcello Fremura, - racconta il figlio - per la sua attività la svolta era arrivata quando il commendator Tito Neri lo chiamò per dirgli che in porto sarebbero arrivate tante “scatole di ferro”: gli disse che se se la sentiva di dargli una mano, visto che di quelle “scatole” ne sarebbero arrivate tante”. Era l’alba dell’era dei container a Livorno (e nel mondo): Neri gli chiese di comprare un centinaio di rimorchi. “Mio padre si chiese: ma dove li trovo i soldi? Alla fine andò in Emilia ad acquistarne una cinquantina, che comunque servirono alla bisogna. E’ una storia che mi ha raccontato tante volte ed è valsa come un insegnamento: mi ha tramandato l’idea dell’importanza di investire”.

Dino Magagnini si è dedicato al porto fino agli anni ’90, poi si è ritirato in Sardegna a gestire il villaggio che aveva creato per diversificare le attività di famiglia. I familiari lo ricordano come un uomo istrionico e spassoso, «capace di scherzare ma anche di dar peso più ai rapporti umani che ai soldi». Un esempio? “Come quando mise il guttalax nelle borracce dei “quattro moschettieri” che vogavano per il Venezia”. Un altro aneddoto? “Gli dissero che nella sezione nautica avevano bisogno degli stracci, lui andò dal suo amico oste e si fece dare le tovaglie del ristorante”. Ma questo non significa che fosse tutto battute e ironia: “Fino all’ultimo ha dato consigli e suggerimenti a noi figli e ai nipoti. Lo faceva con semplicità, senza fronzoli”.

Era un veneziano doc, ed era orgoglioso – ricordano i familiari – di questa radice tramandata dal padre:  non a caso, è nella chiesa di San Ferdinando che i parenti, gli amici e quanti gli hanno voluto bene gli daranno l’ultimo abbraccio la mattina di lunedì 15 alle ore 10,30.

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di Redazione web