Gioco
Alluvione, Nogarin interrogato quattro ore: «Quella notte il mio telefono era acceso»
Livorno, il sindaco indagato per omicidio colposo plurimo va spontaneamente in procura: «Chiarite le menzogne sul mio conto»
LIVORNO. Mancano pochi minuti alle otto di sera di ieri, venerdì 12 aprile, quando dalla porta principale del palazzo di giustizia di via Falcone e Borsellino si intravede la sagoma del sindaco di Livorno uscente Filippo Nogarin. Il primo cittadino pentastellato, oggi candidato alle Europee, era entrato poco prima delle quattro insieme alla sua avvocata, Sabrina Franzone, portando con sé decine e decine di documenti che ha consegnato ai tre magistrati titolari delle due inchieste sull’alluvione: la prima sulla tragedia di via Rodocanacchi dove ha perso la vita la famiglia Ramacciotti (Simone, la moglie Glenda, nonno Roberto e il piccolo Filippo), la seconda legata all’esondazione del Rio Ardenza che ha causato la morte di Roberto Vestuti, Raimondo Frattali, Gianfranco Tampucci e Martina Bechini.
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A chiedere un interrogatorio bis dopo quello del gennaio dello scorso anno nel quale il sindaco scoprì di essere iscritto nel registro degli indagati, era stato lo stesso Nogarin all’indomani della chiusura delle indagini. La Procura – siamo alla vigilia di Natale – gli ha contestato il reato di omicidio colposo plurimo in concorso con il capo della protezione civile Riccardo Pucciarelli.
«Penso di aver chiarito tutte le menzogne che sono state dette sul mio conto riguardo a quella notte – spiega Nogarin camminando verso il Comune prima di partire per Roma – lo dovevo ai cittadini di Livorno e al ruolo istituzionale che ricopro».
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I due punti
Due gli aspetti principali su cui si è concentrato l’interrogatorio nella biblioteca al secondo piano davanti ai pubblici ministeri Sabrina Carmazzi, Antonella Tenerani e Giuseppe Rizzo: la riorganizzazione della Protezione civile che Nogarin ha sottoscritto trentadue giorni prima della tragedia depotenziandone – secondo gli investigatori – le capacità. E la sua irreperibilità nella notte del fango, in qualità di responsabile della sicurezza. Ciò nonostante già dal giorno precedente avesse tutte le informazioni (era stata diramata un’allerta arancione) per prevedere una situazione di «grave pericolo» per la cittadinanza.
La difesa
Mentre la città annegava – è la sintesi dei magistrati – i responsabili della sicurezza non c’erano. «Per quello che riguarda la Protezione civile pensiamo di aver chiarito un aspetto fondamentale: la riorganizzazione non ha comportato alcun depotenziamento, in particolare per quello che concerne la reperibilità». In altre parole – secondo il sindaco – un dipendente era reperibile la notte tra il 9 e 10 settembre e un dipendente sarebbe stato reperibile allo stesso modo anche senza la riorganizzazione. Altro aspetto sul quale gli investigatori hanno basato le contestazione nei confronti del primo cittadino riguarda l’impossibilità di contattarlo telefonicamente perché «dopo le 21» il suo cellulare sarebbe stato «irreperibile fino alla mattina successiva» quando non si poteva più fare nulla.
«La consulenza di un esperto che abbiamo consegnato agli inquirenti – prosegue il sindaco – dimostra che il telefono è sempre stato acceso sul mio comodino e che nessuno mi ha avvisato di quello che stava accadendo».
Nogarin non specifica però quale dei telefoni e nel caso se alla Protezione civile avessero il numero. Fatto sta che qualunque sia la verità giudiziaria che emergerà dall’indagine (i magistrati adesso devono decidere se chiedere o meno il rinvio a giudizio) una verità oggettiva è emersa: in quella notte maledetta non è stato fatto tutto il possibile. Ad esempio avvisare del pericolo le famiglie inserite nella lista di quelle a rischio. Tra quelle c’erano anche i nomi di tutte e otto le vittime dell’alluvione.
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