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Moby Prince, basta verità nascoste: Livorno chiede giustizia per la strage
Ventotto anni fa la collisione tra il traghetto e la petroliera Agip Abruzzo provoco 140 vittime. La città è tornata a marciare per commemorare le vittime, nel giorno in cui la Procura apre una nuova inchiesta, mentre le famiglie citano lo Stato in giudizio
"Oggi possiamo dire che i 140 morirono perché si fidarono dello Stato. Si fidarono del fatto che qualcuno li avrebbe soccorsi di lì a breve, che qualcuno di certo aveva sentito il loro may day. Si fidarono al punto da rimanere per ore nel luogo più sicuro di quella nave in caso di incendio a bordo. Quella fiducia tradita ha continuato ad essere tradita dallo Stato per oltre 25 anni, con sentenze e richieste di archiviazione che oggi, grazie alla commissione d’inchiesta, possiamo dire sbagliate”.
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Per Filippo Nogarin è stato l'ultimo 10 aprile da sindaco di Livorno (dopo il primo mandato non si è infatti candidato ed è in corsa per le Europee con il M5s) e ieri pomeriggio nel salone consiliare di Palazzo Civico, di fronte ai parenti e ai sindaci delle città delle vittime, ai rappresentanti politici e delle forze dell'ordine, ha voluto ribadire ancora una volta che quella di 28 anni fa «è stata una strage». Già, una strage, l'ipotesi di reato per la quale oggi sta indagando la Procura di Livorno - come ha riportato il Tirreno sul giornale odierno - ma che per tanti anni non era mai stata usata e non aveva mai fatto ingresso in un Palazzo di Giustizia.
"Ho indossato per la prima volta la fascia tricolore di Sindaco di Livorno, davanti a voi, il 10 aprile 2015 - prosegue il sindaco di Livorno - Quel giorno dissi che dovevamo saper usare le parole con maggior consapevolezza e coraggio, perché quella del Moby Prince non era stata una tragedia ma una strage. Dissi che quella parola, “strage”, doveva servire a squarciare il muro di silenzi e di oblio che era stato innalzato intorno a questa vicenda, e sostituirsi a quel termine “tragedia” che aveva indirizzato per troppo tempo l’attenzione verso l’idea che quella del Moby Prince sia stata una drammatica fatalità, contro la quale nulla si sarebbe potuto fare. Sono passati 4 anni da allora e oggi l’associazione tra quanto avvenuto quella notte e la parola strage non è più un tabù. Parlò di strage qui Silvio Lai, il Presidente della commissione d’inchiesta parlamentare che ha riscritto larga parte della storia di questa vicenda, e oggi gli organi di stampa (Il Tirreno, ndr) citano che proprio a questo tipo di reato potrebbe far riferimento la nuova inchiesta, la terza, che la Procura di Livorno sta avviando sul Moby Prince".
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"Non voglio perdermi in tecnicismi giuridici che spettano ad altri - aggiunge con un tono di rabbia e di indignazione - Se lasciar morire 140 persone in attesa di un soccorso mai arrivato, che almeno per alcune di quelle persone poteva risultare salvifico, configuri il reato di strage o di omicidio plurimo con dolo eventuale o qualsiasi altra fattispecie prevista dal codice penale a questo tipo di responsabilità, lo dovrà dire la magistratura. Di certo noi possiamo dire oggi che quella del Moby Prince fu una strage di fatto. Fu il frutto di un insieme di scelte che posero l’interesse privato, prima di quello collettivo. Fu il risultato di una propensione da parte dei molti attori protagonisti sulla scena al pensare a sé, ai propri circuiti, al lasciarsi guidare da ragioni che in larga parte ancora restano ignote, scegliendo di mettere queste davanti al rischio di contribuire alla morte di 140 persone innocenti. Oggi, grazie alla commissione d’inchiesta parlamentare, sappiamo che la più grave strage sul lavoro della storia repubblicana, e più grande tragedia della marineria civile dal dopoguerra, non fu causata da chi è morto quella notte, nel tentativo di mettere in sicurezza i passeggeri e l’equipaggio. Quelle persone, quell’equipaggio a lungo vilipeso e oltraggiato da una narrazione nazionalpopolare che sa tanto di depistaggio orchestrato - il famoso “guardavano la partita” - morì eroicamente, così come morirono eroicamente tante delle vittime che per formazione e capacità avrebbero potuto pensare a sé e invece si misero al servizio di altri quella notte. Si misero al servizio dei più deboli, cercarono di rassicurarli, di guidarli verso una salvezza che invece non arrivò".
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Nogarin ha ringraziato il presidente della Repubblica che ha inviato un messaggio e il presidente della Camera Roberto Fico: è la prima volta, quest'anno, che questa istituzione dello Stato ha dato il patrocinio alle cerimonie per l'anniversario della strage del Moby Prince. Poi si è avviato a concludere lanciando un appello. "La magistratura - afferma Nogarin - ha oggi un compito importante, concludere il percorso di riscatto che lo Stato ha avviato con la commissione d’inchiesta. E per farlo deve avere il coraggio di mettere sotto accusa un sistema di potere che in questa vicenda ha giocato un ruolo decisivo.
Voglio dire solo una cosa a tutti voi e a quel sistema di potere: Livorno non vuole più essere ricordata come la città dove oltre al consumarsi di questa strage si sono create le condizioni per garantire impunità e assenza di verità a riguardo. Livorno vuole iniziare ad essere ricordata come la città dove dopo 28 anni, grazie al coraggio, alla solidarietà e al bisogno di giustizia di onesti cittadini, si compia e completi il riscatto sociale e civile di questo Stato, capace finalmente di dare verità e giustizia ai familiari delle 140 vittime e a chi, come tutti noi, è e resterà sempre al loro fianco in questa battaglia di civiltà".
Il primo grande applauso del pomeriggio nel salone consiliare, poi, lo ha strappato Loris Rispoli, il presidente dell'associazione 140 (con indosso la maglietta rossa e la scritta #iosono141) che ha preso la parola tenendo una rosa rossa in mano in ricordo di Enzo Farnesi. «Enzo – ha detto – era sempre presente e ha combattuto fino all'ultimo per arrivare alla verità. Quest'anno non è più con con noi, ma all'Andana degli Anelli, la rosa rossa a sua giglia la lancerò io in mare per lui». Prima di entrare nel merito della questione, Rispoli ha ricordato anche un altro livornese che ha scritto articoli importanti sul Moby Prince. Un redattore del Tirreno scomparso prematuramente. «Approfitto di questo momento per ricordare un altro amico, che ha sempre lottato per questa causa. Parlo di Luciano De Majo, un grande giornalista che, come tanti, lavorava con il cuore. Purtroppo, però, molti hanno scritto di questa strage da lontano, senza conoscere Livorno. E le “verità” scritte da lontano hanno fatto male a questa vicenda».
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A proposito di verità nascoste, sono tante le domande che rimbombano nella mente di Loris Rispoli e in quelle di tutti i familiari delle vittime. «Come si poteva pensare che tutte le responsabilità fossero di un semplice marinaio di leva che doveva rispondere alla radio? Non c'erano ufficiali di guardia, responsabili e dirigenti? Perché non è ancora stato campionato il tipo di combustibile che veniva usato dalla petroliera? E poi, visto che la Moby viaggiava con un impianto antincendio non funzionante, perché la magistratura non ha mai chiamato in causa Onorato? Quello stesso Onorato che oggi sbraita e si lamenta perché vorrebbe tutto il porto di Livorno. Come si fa, inoltre, a confondere una bettolina con un traghetto? Chiunque va per mare è in grado di distinguere la differenza».
Prima di andare ad abbracciare Angelo Chessa, figlio del comandante dell Moby Prince e presidente dell'associazione “10 Aprile”, Rispoli ha puntato il dito sulla tempistica dei soccorsi. «All'inizio ci dissero che le vittime erano morte subito. Ma era una verità che faceva comodo, oggi sappiamo che lì dentro ci sono volute ore prima che molte persone morissero. Bastava vedere le impronte delle mani lasciate sui furgoni inceneriti nel ventre della nave per capirlo. E questa è una cosa mi fa rabbrividire. E se una capitaneria di porto afferma che dentro una nave sono tutti morti, quando non è vero, questo è dolo. Così come è dolo se un traghetto viaggia con i sistemi antincendio non funzionanti. Per questi speriamo che la magistratura faccia il suo lavoro seriamente e dopo la verità si possa finalmente avere anche giustizia».
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Poi è stata la volta di Angelo Chessa, uno dei figli del comandante del traghetto, che intravede finalmente una svolta importante nella vicenda giudiziaria. "Questa mattina mi hanno detto di andare a comprare il Tirreno - afferma - perché c'era una notizia nuova e importante. Così ho letto il giornale: quel titolo doveva esserci l'11 aprile 1991 perché la Procura avrebbe subito dovuto indagare per l'ipotesi di strage. Ventotto anni dopo, l'articolo del Tirreno dice a tutti che è arrivato il momento di dare giustizia ai nostri 140 morti".
Nel 28° anniversario dell'incidente, nella sala consiliare del palazzo civico di Livorno c'erano anche i familiari dell'associazione delle vittime della strage ferroviaria di Viareggio e le autorità e le istituzioni: gonfaloni di regioni, province e comuni provenienti da ogni parte d'Italia. "Verità, giustizia e sicurezza, questo continuano a chiedere con la stessa forza e senza sentire alleggerito di un grammo il peso del dolore, i familiari delle 140 vittime della Moby Prince". Il presidente del Consiglio regionale Eugenio Giani ha partecipato alla cerimonia e al suo fianco cinque consiglieri toscani: Francesco Gazzetti, Gabriele Bianchi, Irene Galletti, Monica Pecori e Roberto Biasci. E ha portato "il cordoglio, la solidarietà di 3milioni e 700mila toscani per la Moby Prince; è passato più tempo rispetto alla strage di Viareggio ma c'è ancora più strada da fare per ottenere giustizia".
Il presidente Giani ha poi preso parte al corteo che da piazza del municipio ha raggiunto il porto e alla deposizione del cuscino di rose del Presidente della Repubblica, della corona di alloro, con la lettura dei nomi delle 140 vittime, e al lancio di rose in mare all'Andana degli Anelli illuminata da un pallido sole dopo la pioggia incessante del primo pomeriggio.
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