Sicurezza
«Il patto tra armatori ha ucciso il processo»
Gli autori del libro inchiesta e le nuove rivelazioni sul caso dall’omissione di soccorso fino alla liquidazione dei parenti
“Il caso Moby Prince, la strage impunita, nuove rivelazioni e documenti inediti”, scritta dopo 6 anni di ricerche da Francesco Sanna e Gabriele Bardazza è un lavoro che ha aiutato la commissione parlamentare di inchiesta a ribaltare la verità giudiziaria. Nel volume presentato alla Feltrinelli, si racconta il percorso che nasce da una inchiesta privata dopo l’archiviazione del 2010 e lo sforzo nel ricostruire la verità storica. Si ipotizza una grande omissione di soccorso che ha riguardato 140 persone che per ore hanno atteso invano di essere salvate. Per non parlare dell’accordo siglato fra armatori e compagnie assicurative in soli due mesi. «Una verità di comodo che la Magistratura certificherà per tanti lustri, ma poi smentita», dice Sanna. La domanda che l’autore fa è: «Come è possibile che un accordo economico possa aver avuto la capacità di influenzare un percorso giudiziario sulla più grande tragedia della marineria civile italiana e più grave strage sul lavoro della storia repubblicana?». Il libro diventa uno strumento utile per due procure che hanno ripreso a lavorare sul caso, ottenendo elementi su cui puntare l’attenzione. Il tema dell’omissione di soccorso con il dolo eventuale, curati da quella di Livorno, mentre quella di Roma punta sulla falsa testimonianza do alcuni testi. Per Bardazza «questa è la presentazione del libro per eccellenza. Tutto è nato qua e sempre qui è giusto trovare l’esatta dimensione. La verità può sempre uscire – dice – inchiodando alle proprie responsabilità figure che non potrebbero più sfuggire a reati che non sarebbero prescrivibili».
Con il comitato “Io sono 141”, ha fatto la guerra per tanti anni e adesso Loris Rispoli vede la luce. «Si mettono in fila tante cose dando spiegazioni importanti. La vivibilità a bordo, contraddice quel che detto da alcuni periti secondo i quali erano tutti morti all’istante mentre quelli da noi consultati, sin da subito contestarono questa teoria. Tanti potevano e dovevano essere salvati e ciò chiama in causa l’allora comandante della Capitaneria di Porto, Vincenzo Albanese, che quella notte non organizzò i soccorsi reputando che non ci fosse più nulla da fare». E poi il risarcimento, molto frettoloso. «Un modo per mettere una pietra tombale sul processo, dando soldi ai parenti, sfoltendo il fronte di chi continuava a far domande, limitando la forza di chi restò continuando a chiedere di accertare una verità che si è da subito nascosta. Sogno il giorno in cui vedere i colpevoli sul banco degli imputati». —
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