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Morti in corsia, un film per scagionare Fausta Bonino
Proiezione video a sostegno della tesi della 57enne. L’avvocata Barghini chiede l’assoluzione: la sentenza è fissata per il 19 aprile
LIVORNO. Una doppia richiesta di assoluzione. «Perché il fatto non sussiste» – per la morte di Alfio Fiaschi, avvalendosi delle risultanze della perizia del gip Antonio Pirato – e «per non aver commesso il fatto» per gli altri nove casi contestati dal sostituto procuratore Massimo Mannucci, il titolare dell’inchiesta.
Sono queste le conclusioni dell’avvocata Cesarina Barghini, che insieme alla collaboratrice Alice Mancusi e alla dottoressa Simona Manzi, difende l’infermiera di Piombino, la cinquantasettenne Fausta Bonino, accusata della morte di dieci pazienti ricoverati all’ospedale di Villamarina fra il 2014 e il 2015 attraverso l’iniezione di dosi letali di eparina. Oltre dieci ore di arringa difensiva fra l’udienza del 22 marzo e quella di ieri: sette ore e mezzo alla prima e tre ore e 45 minuti alla seconda, ieri mattina davanti al gup Marco Sacquegna.
Secondo quanto evidenziato dalla legale, in alcuni casi, le tempistiche individuate dall’accusa non sarebbero attendibili e soprattutto non ricondurrebbero all’operato della professionista, che attualmente è stata sospesa dall’Asl e non lavora più all’interno del reparto di rianimazione del presidio piombinese. La difesa, in camera di consiglio, ha puntato tutto sulle tempistiche: Barghini, riportando anche solo i range individuati dai periti del gip, non esclude che alcune dosi di anticoagulante sarebbero state somministrate di notte, altre ancora in sala operatoria. La difesa ha poi sottolineato l’inefficacia della teoria della presenza costante dell’infermiera, attraverso la timbratura del cartellino, proiettando uno spezzone del film “La forma dell’acqua”, in cui una donna delle pulizie viene scagionata per un reato commesso per non essere presente, anche se una sua collega timbrava per lei. In ogni caso, l’audio, in aula non funzionava.
Versioni opposte rispetto a quelle del pm Mannucci, che ha chiesto l’ergastolo per omicidio plurimo aggravato. Secondo il sostituto procuratore si tratterebbe di omicidi volontari e premeditati, con un movente preciso: fare un torto al reparto dove lavorava l’infermiera, visto che per le corsie dell’ospedale di Villamarina si sarebbe ritenuta troppo brava e preparata.
Barghini, fuori dall’aula, con i giornalisti ha spiegato che se la sua cliente venisse «condannata sarebbe il più grave errore giudiziario a Livorno». Per la sentenza bisognerà aspettare venerdì 19. È invece già stato rinviato a giudizio, prendendo la strada del dibattimento, il primario del reparto di rianimazione dell’ospedale piombinese, Michele Casalis, imputato per omicidio colposo per il decesso degli altri tre pazienti perché – secondo la procura – avrebbe tenuto un comportamento negligente. Per lui, il processo, inizierà il 9 settembre. Il primo filone quindi si concluderà fra meno di due settimane, con il gup che dovrà decidere se condannare o assolvere l’infermiera. —
S.T.
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