Gioco
Venezia, riapre la chiesa-scrigno di Santa Caterina chiusa dal sindaco
Livorno, il parroco chiede che si faccia di tutto per rendere l’edificio accessibile per domenica 14 in vista della Settimana Santa
LIVORNO. La data ancora non c’è ma siamo a un passo – forse anche meno – dalla riapertura di quello scrigno settecentesco che è la chiesa di Santa Caterina: dal Settecento dentro il cuore della Venezia eppure ancora poco conosciuta da noi stessi livornesi (salvo sorprendersi di scoprirla a Effetto Venezia, magari salendo in cima fino alla cupola). Da Palazzo Civico si annuncia che sta arrivando alla conclusione l’iter per revocare l’ordinanza urgente con cui in un venerdì di metà settembre il sindaco Filippo Nogarin aveva stabilito che la chiesa era off limits: colpa, disse, della caduta di alcuni frammenti di intonaco e di affreschi che avevano indotto qualche preoccupazione sullo stato di salute delle architetture plurisecolari dell’edificio di culto.
«Le condizioni di sicurezza sono state ripristinate e ringrazio gli uffici che sono al lavoro per restituire quanto prima al parroco don Michele Esposto la piena disponibilità dell’edificio»: parola del sindaco, dopo che ieri mattina alle 11,30 la protezione civile municipale è andata a compiere una verifica con una geometra e un responsabile tecnico.
Di cosa si tratta? Tutta la fascia sinistra della chiesa a pianta ottagonale è chiusa da una altissima impalcatura che arriva lassù in alto fin quasi al soffitto, il resto è protetto da una rete anti-calcinacci grande quanto tutta la grande area centrale. A tenerla in tensione ci pensavo i tiranti e una grande croce greca che sembra sospesa al di sopra delle nostre teste. Resta la questione dei tempi: anche perché il calendario liturgico della Chiesa prevede fra pochi giorni (14 aprile) la “domenica delle Palme” e l’inizio della Settimana Santa, uno dei momenti-clou nella vita di una comunità parrocchiale.
«Lasciamo fra parentesi il paradosso di aver visto che nel sopralluogo per verificare tutto questo pericolo i tecnici dovevano essere fiduciosi nella Provvidenza, visto che non avevano il caschetto protettivo», dice don Michele sorridendo con ironia pugliese. Non è un segreto che la chiusura non l’abbia digerita granché (« e io non sono un tipo che se ne sta buono rinchiuso in sacrestia, io sto in strada»), c’è da capire dunque se ora non sta nella pelle, dopo che il 21 marzo è stata depositata la documentazione delle Belle Arti. E non è solo perché – come ricorda lui – «la vita della nostra comunità ne ha sofferto: le nostre liturgie le facciamo rinchiusi in una cappella laterale».
Tutti guai sono nati – hanno sempre ribadito dalla curia – perché il restauro di tanti anni fa venne fatto un po’ così: figurarsi che le gronde finivano per scaricare acqua all’interno anziché drenare pioggia e umidità. Risultato: tanti problemi agli affreschi che ammiriamo naso all’insù all’interno della cupola.
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