Il Tirreno

Livorno

il quartiere RIMASTO A METÀ 

Fra la parrocchia e il rione mai finito il ponticello non c’è

M.Z.

Soltanto abitazioni nel Borgo di Magrignano: niente negozi né circoli o spazi comunitari ma gli abitanti ce la mettono tutta per evitare il deserto sociale 

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LIVORNO. Il paradosso lo scopre chi si affaccia dalla terrazza del complesso parrocchiale insieme al nuovo parroco don Federico Mancusi: al di là, ci sono le case del Borgo di Magrignano, una striscia delle quali rimaste allo stato di scheletro (e quanto al completamento delle urbanizzazioni, lasciamo perdere); al di qua, un polo che avrà un salone per la convivialità, le stanze per le associazioni ecclesiali, un oratorio per far giocare i bimbi.

Al di là e al di qua, ma di cosa? Del rio Cigna. Perché non c’è neanche l’ombra di un ponticello (che pure la diocesi sembra sia disponibile a costruire per proprio conto) per attraversare un corso d’acqua largo un palmo: per arrivare in chiesa bisogna fare tutto il giro, da via Lipizer duecento metri diventano dieci volte tanto e quasi mezz’ora a piedi.

Eppure la parrocchia sarà per chissà quanto ancora l’unico punto di riferimento sociale per un quartiere con standard che risultano senz’altro buoni finché si resta dentro il portone di casa ma diventano drammatici negli spazi pubblici: niente negozi né circoli né piazze né luoghi di una qualsivoglia dimensione collettiva. Fuori dalle tante villettine spesso graziose, un deserto sociale: e non c’è deserto sociale che non produca guai e disagio…

Del resto, era nata un po’ così col Prg di fine anni ‘90: al cronista del Tirreno che chiedeva cosa fossero quegli strani segni rossi nella zona di via della Padula i progettisti risposero che era una svista. La svista diventarono poi palazzi, cioè Salviano 2: finita nell’ascesa (e caduta) di un gruppo di coop-casa, travolgendo l’idea delle urbanizzazioni a scomputo realizzate dalle stesse imprese costruttrici. Se la Leccia e la Scopaia erano state espansioni urbane con mille problemi, si è trattato di acqua fresca al confronto con le promesse tradite su Magrignano e centinaia di famiglie costrette per più di un decennio a fare i conti con l’incubo di perdere i risparmi di una intera generazione per colpe altrui.

Al di là del rio Cigna, a più di 15 anni dai primi mugugni, la gente di Magrignano non brontola più perché il quartiere è un cantiere: ora brontola perché non è ancora un quartiere anche se gli abitanti ce la mettono tutta per dare una dimensione comunitaria al proprio vivere gli uni accanto agli altri. Sono cambiate tre giunte, non i problemi.

Al di qua invece, a cinque anni dalla posa della prima pietra della chiesa – forse l’ultimo atto del sindaco Alessandro Cosimi (e del presidente della Provincia Giorgio Kutufà), prima che a Palazzo Civico arrivassero i Cinque Stelle e prima che la quasi-riforma riducesse al lumicino Palazzo Granducale – il vescovo è riuscito a portare in fondo la costruzione della chiesa e di questo polo di socialità.

Ma il monsignore-architetto mette sul tavolo anche i dossier riferiti alle chiese di altre due parrocchie. E stavolta non si tratta di parrocchie territoriali bensì di quelle dedicate alle comunità straniere: per quella greco-ucraina è stato acquistato in via Lopez l’ex asilo delle suore Venerini, per quella greco-rumena si punta a trovare un’intesa sulla chiesa della Purificazione in via della Madonna. È all’Est Europa che il vescovo Simone Giusti guarda: con l’eredità del centro ecumenico Cedomei di monsignor Alberto Ablondi ha aperto canali con Istanbul (musulmani) e con Mosca (ortodossi). E aggiunge: « Bisogna tener presente che la comunità ortodossa è la seconda religione a Livorno, con 6-7mila fedeli e cento battesimi all’anno». —

M.Z.

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