Il Tirreno

Livorno

Brevetto high tech di un’azienda livornese: «Cambieremo l’industria con le nostre 3D»

Mauro Zucchelli
Brevetto high tech di un’azienda livornese: «Cambieremo l’industria con le nostre 3D»

Livorno, nata come costola del Sant’Anna. Arienti: «Sarebbe stato facile andare altrove a fare impresa, voglio restare qui per provare a dare un futuro alla mia città»

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LIVORNO. Rigirateli pure quanto vi pare, la differenza non si vede granché fra i due mostri fantasy sulla scrivania di Andrea Arienti, classe 1983, livornese, fondatore della 3DNextech: tutt’al più uno sembra più brillante dell’altro, uno meno ruvido dell’altro. Basterebbe però la super-vista anziché gli occhiali da miope e il cronista potrebbe accorgersi quant’è diversa la struttura della materia: il primo gargoyle è composto da un filamento finissimo come se fosse costituito da un intreccio tipo cestino di vimini, il secondo invece ha una materia assai più omogenea, praticamente compatta. Tradotto: l’uno si rompe subito ed è un colabrodo appena incrocia un liquido, l’altro no.

Il “miracolo” l’ha fatto un apparecchio grande quanto una fotocopiatrice, anzi meno. Brevettata dall’azienda che ha la sede operativa a Livorno in zona Picchianti e base legale a Santo Pietro Belvedere ed è nata come spin-off dell’Istituto di Biorobotica del Sant’Anna per esplorare la frontiera della “manifattura 3D”.

«La scommessa non è se alla fine è più bellina o luccicante la figura che esce dall’apparecchio: valgono semmai altre cose», dice il giovane scienziato-imprenditore e ne mette in fila almeno quattro. La prima: l’oggetto è diventato più resistente alla rottura e all’usura. La seconda: le “rughe” non sono state tolte “spianandole” con una operazione di pulimentatura. La terza: questa maggior corrispondenza con superfici e volumi iniziali permette di impiegarlo con strutture in movimento. La quarta: il materiale non ha più un’ “anima” bucherellata e perciò è utilizzabile anche con i liquidi.

Si chiama “3DFinisher” e la presenteranno in anteprima alla fiera in agenda da oggi a Parma: non un “conclave” di nerd bensì l’appuntamento-chiave in cui si mette in vetrina l’eccellenza tecnologica a servizio dell’industria manifatturiera. Non è un caso, dunque, se l’impresa labronica è finita nel radar di un colosso internazionale degli elettrodomestici come Electrolux che l’ha selezionata tra oltre 120 start-up di ogni angolo del mappamondo come vincitrice di “Call4Startup”, il proprio programma di “accelerazione”.

È un piccolo passo per un’impresa, potrebbe essere un grande passo per l’umanità o perlomeno per il mercato: e lo facciamo proprio a Livorno. Destinato a cambiare un (bel) pezzo del modo di fare industria: a cominciare dalle scorte che è indispensabile mantenere in magazzino per anni anche per modelli ormai fuori produzione. C’è di che immaginare il risparmio sui costi se solo si potesse tenere in magazzino una sfilza di file (da stampare in 3D) anziché qualche milione di pezzi di ricambio con valore commerciale quasi zero.

Dal quartier generale di quel giacimento di cervelli che è la Scuola Sant’Anna il 3DFinisher lo presentano come «il primo dispositivo automatico professionale per il trattamento superficiale» di oggetti in Abs, Asa (acrilonitrile stirene acrilato) e acetato di cellulosa. Colpa del fatto – viene sottolineato – che «a oggi nessuna stampante 3D riesce a garantire una finitura superficiale di qualità: il prodotto resta comunque un semilavorato». Tradotto: la stampante standard ha bisogno di tutta una serie di passaggi per rifinire l’oggetto («dall’abrasione superficiale all’applicazione di resine e primer»). È un gomitolo di problemi: da un lato, i tempi e i costi; dall’altro, la grande difficoltà di «un impiego professionale e una replicabilità in serie». Risolti però dalla spin-off del Sant’Anna: l’oggetto viene sottoposto a un processo chimico-fisico che dura un’ora. Quanto basta per rendere l’oggetto «lucido, impermeabile, molto più resistente all’usura e allo sporco, lavabili e disinfettabili e meccanicamente molto più resistenti».

«Mi sono reso conto – dice Arienti – che l’innovazione non è fare quel che fanno tutti ma semplicemente “un po’ più”: bisogna avere il coraggio di osare anche di fare stupidaggini, foss’anche per il gusto di esplorare i paradossi. Il nostro segreto? Sta in un vecchio detto livornese: “Poggio e bùa fa pari”...». «Gran parte del team viene dall'istituto di Biorobotica del Sant'Anna, – segnala Arienti – alcuni dei ragazzi sono rientrati dall'estero perché credono fortemente in questo progetto. È la nostra forza: una forte attitudine alla ricerca unita allo spirito imprenditoriale».

Il garage come quello di Apple al 2066 Crist Drive in Los Altos, dov’è? «Macché garage, tutto l’avevo qui nella zucca», risponde Arienti: «Sarebbe stato facilissimo andare a mettere quest’azienda negli Emirati, a Londra o negli Stati Uniti, ce lo dicevano tutti: comunque lontano da qui. Ma ho la testa dura: qui ho trovato un investitore che ha messo i soldi, qui c’è l’azienda. Non volevo alzare bandiera bianca: se tutti vanno via a cercare fortuna, a Livorno chi resta per cambiare le cose e inventare il futuro che non c’è?».
 

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di Redazione web