Il Tirreno

Livorno

il ricordo  

Da Wood a Carera fino a Bonaccorsi, la Livorno dei canestri in lacrime

Il presidente della Libertas 1947 «Uomo vero che ha dato tanto  a tutta la pallacanestro.  Insegnerà basket agli angeli  e non lo dimenticheremo»

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LIVORNO. Il basket livornese piange la scomparsa di Alberto Bucci. E a versare lacrime di gratitudine non è solo il popolo libertassino che ha condotto fino a un centesimo dallo scudetto, ma anche gli storici rivali della Pallacanestro Livorno. Segno che la filosofia dell’allenatore bolognese è andata ben al di là del tifo. Scrive, ad esempio, Claudio Bonaccorsi, bandiera della Pielle: «Stima e dolore per la scomparsa di un grande coach da cui mi sarebbe piaciuto imparare qualcosa come suo giocatore e non solo da avversario...». Dalla sua pagina Facebook arrivano le condoglianze anche della Pielle. «La società – si legge – piange la scomparsa di un grandissimo coach e di una grandissima persona, avversario di mille splendide battaglie» Molti dei suoi ragazzi di quel quadriennio indimenticabile tra il 1985 e il 1989 hanno dedicato a Bucci un pensiero, parole di riconoscenza. Come David Wood, arrivato alla corte della Libertas nella primavera del 1989 per sostituire l’infortunato Joe Binion e passato alla storia come l’unico americano (a quei tempi se ne potevano tesserare solo due) a non partire in quintetto ma utilizzato come sesto uomo. «I love you coach! Thank you for helping me». Parole che anche in inglese arrivano al cuore anche senza traduzione.

Flavio Carera che con Albertone ha conquistato titoli e anche la maglia azzurra aggiunge: »La mia fortuna cestistica averti incontrato, la mia sfortuna averti perso così presto».

Bucci, che a Livorno era di casa e ha sostenuto anche il nuovo progetto della Libertas 1947, viene ricordato anche dal presidente della società Alessandro Cirinei: «Un uomo vero che ha dato tanto a noi e a tutta la pallacanestro. Insegnerà basket anche agli angeli e noi libertassini non lo dimenticheremo mai». Poi aggiunge: «Raccontò che avrebbe tanto voluto giocare ma i noti problemi non glielo avevano permesso, e a inizio carriera qualcuno ebbe la sfrontatezza di non ingaggiarlo perché un “allenatore zoppo”, parole sue, non sarebbe stata una buona immagine per la società. Questo gli dette maggior forza. Non era solo un mental coach, era anche un “heart coach”! Che la terra ti sia lieve, salutami Abdul e Kevin». —



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