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LIVORNO. Ergastolo. Lo chiede la procura di Livorno per Fausta Bonino, l’infermiera 57enne ritenuta responsabile della morte di dieci pazienti all’ospedale di Villamarina, a Piombino. L’udienza – a porte chiuse, dato che la difesa ha scelto il rito abbreviato – si è tenuta nella mattinata di venerdì primo marzo nell’aula gup del Tribunale di Livorno, dinanzi al giudice Marco Sacquegna e al pubblico ministero Massimo Mannucci. La donna – accusata dell’omicidio premeditato di dieci pazienti tra il 2014 e il 2015 attraverso la somministrazione di dosi di anticoagulante – è difesa dall’avvocata Cesarina Barghini.
Presenti in aula anche le parti civili. «La richiesta avanzata dalla procura non ci ha sorpreso – dice l’avvocato Carlo Castaldi, che assiste gli eredi di Enzo Peccianti, il pensionato piombinese morto il 2 ottobre del 2014 – e la richiesta dell’ergastolo ci è sembrata un atto dovuto. Riportandosi alle decisioni precedenti del gip, anche dello stesso Riesame e della Cassazione, gli indizi sono gravi, precisi, concordanti e si concentrano verso un’unica persona. Un’unica mano e all’interno del reparto: due postulati essenziali che tengono a ricondurre la responsabilità penale nei confronti dell’odierna imputata. Sono elementi granitici. Aggiungiamo poi l’aspetto medico-legale, sviscerato in ogni sua parte, che riconduce al fatto che queste persone siano morte per la somministrazione di eparina fuori dal quadro clinico, che è la differenza fra l’omicidio colposo e l’omicidio volontario che viene contestato all’odierna imputata».
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Secondo la procura – dice Castaldi – «il movente rimane da rinvenire in problematiche interne al reparto». «C’è un misto – dice – fra questioni personali e stress. L’odierna imputata non si sentiva apprezzata all’interno del reparto». Secondo noi – aggiunge il legale degli eredi di Enzo Peccianti – c’è «un aspetto abbastanza delicato in merito ai comportamenti di scarsa stima da parte dell’odierna imputata verso la struttura e il reparto e questo si capisce da quello che poi l’imputata precisa al momento dell’interrogatorio reso in carcere nel caso specifico nostro». Quello che dichiara «è un aspetto medico molto approfondito. Stiamo parlando di una persona, anche secondo la procura, che aveva un livello elevato da un punto di vista tecnico. Il fatto di capirci così tanto nella materia la faceva essere non così contenta di stare in quel reparto. Lei era molto competente».