Il lutto
«Da Fiume al campo profughi ecco la mia storia di esule»
Mario Cervino racconta agli studenti dell’ Iti il suo esodo e l’arrivo a Livorno «La sofferenza non ha colore né ideologia». I ragazzi: «Bisogna parlarne di più»
LIVORNO. «La sofferenza non ha colore né ideologia. Sono felice di poter raccontare a così tanti ragazzi la mia storia, nella speranza che ne traggano insegnamento per accogliere chi scappa da fame, guerra e carestia alla ricerca di un mondo migliore». Si è presentato con queste parole Mario Cervino, il vicepresidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, ai ragazzi delle classi quinte dell'Iti. In questi giorni, infatti, si stanno celebrando le giornate in ricordo degli esuli italiani scappati da Istria e Dalmazia, oltre che delle vittime delle foibe e nell'aula magna dell'istituto si sono riuniti tutti i maturandi per una lezione di storia diversa dal solito.
Gli alunni hanno ascoltato la testimonianze di Mario Cervino e Sergio Laganà, due membri del comitato livornese dell' Anvgd, che sono stati introdotti dal professore di Lettere David Querci, che ha organizzato l'incontro. I due, partendo dall'Antica Roma, hanno raccontato la storia di come dall'Italia, le due strisce di terra balcaniche sono passate alla Jugoslavia. Poi Cervino ha parlato della sua esperienza.
«Io sono nato a Fiume – ha spiegato ai ragazzi – e ricordo bene che nel '48 ci mandarono via. I partigiani liberarono la città il 3 maggio del '45 e fino al 1947 nessuno aveva definito di chi fossero quelle terre. Il Trattato di Parigi stabilì che Istria e Dalmazia passassero alla Jugoslavia e gli italiani ebbero 2 anni di tempo per andare via». Ma, in realtà, quasi a nessuno fu consentito lasciare la città. «A Fiume gli italiani erano 40mila, su 60mila cittadini totali. Come è facile pensare, ricoprivano ogni tipo di ruolo perciò fu loro vietato di andare via, altrimenti sarebbe stato un esodo e quella terra non avrebbe avuto più nessuno che lavorava. Aspettammo che mio padre fosse sostituito e poi partimmo, anche perché chi non accettava quello stato delle cose veniva represso. E spesso venivano repressi anche quelli che accettavano di vivere sotto la Jugoslavia. Bastava che fossero italiani».
La famiglia Cervino, dunque, finì in un campo profughi di Udine. «Riuscimmo a venire via, entrando in Italia, ma anche lì non eravamo ben visti perché venivamo considerati stranieri. Dal Friuli venimmo trasferiti in un altro campo profughi a Novara, poi io andai a Brindisi per studiare e dopo la Maturità al Nautico sono entrato in Marina per intraprendere la carriera militare. È così che sono arrivato a Livorno. In questa città mi sono sentito accolto e qui sono entrato nell'associazione Venezia Giulia e Dalmazia per far sì che la storia mia e di molti italiani non venisse dimenticata». Pur conoscendo a grandi linee la questione, quasi nessuno studente era al corrente di ciò che è accaduto in Istria e Dalmazia. «Non conoscevo i dettagli questa tragedia – ha commentato Alessia Mennella, di 5 B – e non capisco perché se ne parli così poco. Si comportarono allo stesso modo dei fascisti». «E' una parte di storia molto interessante – ha aggiunto il compagno di classe Daniel Daiu – che vorrei approfondire meglio. Non la conoscevo, ma bisognerebbe che tutti la studiassero». Anche Martina Campochiari ne aveva sentito parlare. «Ma non nel dettaglio». Molto colpito anche Saverio Aiello: «Studiare la storia così è molto più interessante. Oggi abbiamo sentito delle testimonianze toccanti che ci hanno fatto vivere “da vicino” una parte di storia he troppo spesso non viene affrontata». —
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