Il Tirreno

Livorno

scuola: giornO deL ricordo

«Da Fiume al campo profughi ecco la mia storia di esule»

Nicolò Cecioni
«Da Fiume al campo profughi ecco la mia storia di esule»

Mario Cervino racconta agli studenti dell’ Iti il suo esodo e l’arrivo a Livorno «La sofferenza non ha colore né ideologia». I ragazzi: «Bisogna parlarne di più»

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LIVORNO. «La sofferenza non ha colore né ideologia. Sono felice di poter raccontare a così tanti ragazzi la mia storia, nella speranza che ne traggano insegnamento per accogliere chi scappa da fame, guerra e carestia alla ricerca di un mondo migliore». Si è presentato con queste parole Mario Cervino, il vicepresidente dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, ai ragazzi delle classi quinte dell'Iti. In questi giorni, infatti, si stanno celebrando le giornate in ricordo degli esuli italiani scappati da Istria e Dalmazia, oltre che delle vittime delle foibe e nell'aula magna dell'istituto si sono riuniti tutti i maturandi per una lezione di storia diversa dal solito.

Gli alunni hanno ascoltato la testimonianze di Mario Cervino e Sergio Laganà, due membri del comitato livornese dell' Anvgd, che sono stati introdotti dal professore di Lettere David Querci, che ha organizzato l'incontro. I due, partendo dall'Antica Roma, hanno raccontato la storia di come dall'Italia, le due strisce di terra balcaniche sono passate alla Jugoslavia. Poi Cervino ha parlato della sua esperienza.

«Io sono nato a Fiume – ha spiegato ai ragazzi – e ricordo bene che nel '48 ci mandarono via. I partigiani liberarono la città il 3 maggio del '45 e fino al 1947 nessuno aveva definito di chi fossero quelle terre. Il Trattato di Parigi stabilì che Istria e Dalmazia passassero alla Jugoslavia e gli italiani ebbero 2 anni di tempo per andare via». Ma, in realtà, quasi a nessuno fu consentito lasciare la città. «A Fiume gli italiani erano 40mila, su 60mila cittadini totali. Come è facile pensare, ricoprivano ogni tipo di ruolo perciò fu loro vietato di andare via, altrimenti sarebbe stato un esodo e quella terra non avrebbe avuto più nessuno che lavorava. Aspettammo che mio padre fosse sostituito e poi partimmo, anche perché chi non accettava quello stato delle cose veniva represso. E spesso venivano repressi anche quelli che accettavano di vivere sotto la Jugoslavia. Bastava che fossero italiani».

La famiglia Cervino, dunque, finì in un campo profughi di Udine. «Riuscimmo a venire via, entrando in Italia, ma anche lì non eravamo ben visti perché venivamo considerati stranieri. Dal Friuli venimmo trasferiti in un altro campo profughi a Novara, poi io andai a Brindisi per studiare e dopo la Maturità al Nautico sono entrato in Marina per intraprendere la carriera militare. È così che sono arrivato a Livorno. In questa città mi sono sentito accolto e qui sono entrato nell'associazione Venezia Giulia e Dalmazia per far sì che la storia mia e di molti italiani non venisse dimenticata». Pur conoscendo a grandi linee la questione, quasi nessuno studente era al corrente di ciò che è accaduto in Istria e Dalmazia. «Non conoscevo i dettagli questa tragedia – ha commentato Alessia Mennella, di 5 B – e non capisco perché se ne parli così poco. Si comportarono allo stesso modo dei fascisti». «E' una parte di storia molto interessante – ha aggiunto il compagno di classe Daniel Daiu – che vorrei approfondire meglio. Non la conoscevo, ma bisognerebbe che tutti la studiassero». Anche Martina Campochiari ne aveva sentito parlare. «Ma non nel dettaglio». Molto colpito anche Saverio Aiello: «Studiare la storia così è molto più interessante. Oggi abbiamo sentito delle testimonianze toccanti che ci hanno fatto vivere “da vicino” una parte di storia he troppo spesso non viene affrontata». —

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