Il Tirreno

Livorno

Mamma di 39 anni morta in ospedale, il giudice: «Diagnosi sbagliata». Condannata l’Asl

Federico Lazzotti
Mamma di 39 anni morta in ospedale, il giudice: «Diagnosi sbagliata». Condannata l’Asl

Livorno, Elisa Paggini è scomparsa sei anni fa per un ipercalcemia. La sentenza civile stabilisce un risarcimento di 1,4 milioni di euro per i parenti

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LIVORNO. Elisa Paggini aveva 39 anni, un figlio che frequentava le elementari per il quale aveva messo da parte il lavoro decidendo di fare la mamma a tempo pieno e una famiglia che la rendeva serena. Se n’è andata all’alba di un giorno di mezza estate, era il 19 luglio 2013, per colpa – dice oggi la sentenza del tribunale civile che condanna l’Asl a un risarcimento di quasi 1,4 milioni di euro nei confronti dei parenti – «di una diagnosi e di una gestione terapeutica sbagliata» da parte del personale medico durante i tre giorni trascorsi nell’ospedale di viale Alfieri.

Cinque le conclusioni a cui sono arrivati i due consulenti e che la giudice Azzurra Froda cita nelle motivazioni depositate venerdì. «1) La signora Paggini è deceduta a causa di complicanze dirette di una ipercalcemia severa, secondaria ad adenoma atipico della ghiandola paratiroidea. 2) La diagnosi dell’ipercalcemia è stata formulata dai sanitari dell’ospedale di Livorno con un ritardo di circa 24 ore. 3) Le misure terapeutiche adottate (anche successivamente alla formulazione comunque tardiva – della diagnosi di ipercalcemia severa) sono state inadeguate o, quantomeno, incomplete. 4) Le condotte omissive dei sanitari hanno precluso alla paziente di poter beneficiare di idonei trattamenti che avrebbero potuto, con elevate probabilità, evitare l’esito infausto. 5) Sussiste un rapporto causale diretto tra la morte della paziente e le condotte omissive dei sanitari».

A fare causa all’Asl, tre anni fa, sono stati gli avvocati Claudio Stolfi e Marco Mannucci a nome del marito della vittima, del figlio, del fratello e del padre di quest’ultima. Un percorso davanti al tribunale civile che è rimasto sganciato dal processo penale in corso dove sono imputati quattro medici con l’accusa di omicidio colposo e dove l’Asl – come ripete la giudice – respingendo una delle eccezione presentate dall’azienda ospedaliera «non è citata in alcun modo».

Nella sentenza il Tribunale smonta anche un’altra delle obiezioni dell’avvocata dell’Asl: la paziente era affetta da un’altra patologia che ne avrebbe causato la morte a pochi anni di distanza. «Non solo i consulenti – si legge nelle motivazioni – hanno ben chiarito che, anche ove la sussistenza di detta patologia fosse dimostrata, ciò non potrebbe incidere sulle conclusioni rassegnate in perizia, in ragione delle attuali percentuali di sopravvivenza dalla medesima malattia, nettamente superiori al 50%, ma l’argomentazione della convenuta a riguardo appare del tutto inconferente. Come è noto il giudizio controfattuale che il Giudice deve compiere nell’accertamento della responsabilità medica per omissione, ha ad oggetto la condotta missiva dei sanitari rispetto all’evento qui e ora verificatosi».

Il giudice sottolineato anche che «la condotta processuale della Asl si è presentata da subito volta a contestare la sussistenza delle singole voci di danno lamentate dagli attori in modo strumentale e temerario». 

LE MOTIVAZIONI: "DANNO DI AGONIA"

C’è un aspetto ancora più doloroso del dolore stesso che emerge dalla sentenza in cui il tribunale civile di Livorno ha condannato l’Asl al risarcimento dei parenti per il decesso di Elisa Paggini. E riguarda il cosiddetto «danno di agonia» che la giudice ha riconosciuto al marito della vittima, quale suo erede. In altri termini la paziente ha percepito - come scrive la Cassazione - «la paura di dover morire, provata da chi abbia patito lesioni personali e si renda conta che esse saranno letali».

Si legge nel capitolo della sentenza che riguarda questo aspetto della vicenda: «Dalla cartella clinica emerge che la paziente dal 17 luglio, giorno successivo al ricovero, pur essendo rimasta sempre cosciente, alternando momenti di veglia a momenti di stato soporoso, comunque risvegliabile, iniziò, oltre ad avvertire l’aumento dei dolori e dei crampi e a vivere uno stato d’ansia: se dopo il ricovero e un iniziale miglioramento delle condizioni della paziente, nella giornata tra il 16 e il 17 luglio, la stessa, secondo la cartella, appariva ancora orientata e tranquilla, durante la giornata del 17, essendovi stato un peggioramento delle sue condizioni, cominciò a provare uno stato di agitazione e nella sera del 17 iniziò anche ad avere un linguaggio rallentato». A

ppare evidente, dunque, - è la conclusione - «che la Paggini, non essendo mai caduta nelle ore prima del decesso, in uno stato di incoscienza - difatti alle cinque del mattino del 18 luglio la stessa lamentava dolori diffusi e cercò di andare in bagno - poté percepire il peggioramento delle sue condizioni, provando angoscia e preoccupazione per la sua salute»

IL PROCESSO PENALE: IMPUTATI 4 MEDICI

Sarà il professore dell’Università La Sapienza di Roma Vittorio Fineschi, esperto di medicina legale e già consulente della famiglia Cucchi, a dover chiarire le cause del decesso di Elisa Paggini, la mamma di 39 anni scomparsa il 19 luglio del 2013, nel processo penale ancora in corso che vede indagati con l’accusa di omicidio colposo quattro medici dell’ospedale di Livorno. Fineschi è stato nominato dalla giudice Tiziana Pasquali nel momento in cui, durante il dibattimento, i consulenti delle parti hanno presentato su molti punti visioni opposte sulle cause del decesso della donna. Ecco perché la giudice ha deciso di congelare il dibattimento e affidarsi a un perito.

È proprio dalle risposte che il professor Fineschi fornirà rispetto ai quesiti del tribunale che dipenderà molto dell’esito del procedimento. «La sentenza civile - fanno notare gli avvocati - è scollegata dal procedimento penale poiché si basa su parametri diversi». Primo fra tutti la responsabilità personale di ogni imputato. Paradossalmente, infatti, non è da escludere in teoria che la sentenza civile venga confermata nei restanti gradi di giudizio mentre nel penale i quattro imputati vengano assolti.

A giudizio, la prima udienza si è svolta due anni fa, oltre al primario dell’Unità Organizzativa Medicina I, Marco Cei, ci sono Maria Cristina Mandolesi e Ornella Marino, in servizio nello stesso reparto, e Luigino Rizzello, intervenuto in turno in qualità di guardia interdivisionale. La colpa - secondo l’accusa - è consistita non solo «in negligenza, imprudenza e imperizia» ma anche «per non aver adottato adeguate iniziative diagnostico terapeutiche a fronte di una gravissima crisi ipercalcemica che presentava la paziente».

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