Gioco
In memoria di un signore del giornalismo
Un signore del giornalismo ci ha lasciati. Un gentiluomo colto, raffinato, dalle radicate passioni civili. Luigi Bianchi è scomparso all’età di 94 anni
Un signore del giornalismo ci ha lasciati. Un gentiluomo colto, raffinato, dalle radicate passioni civili. Luigi Bianchi è scomparso all’età di 94 anni. Era stato direttore di questo giornale per un decennio, dal settembre 1983 al maggio 1993. Dopo la direzione di Mario Lenzi, il protagonista della terza rinascita de “Il Tirreno”, la direzione di Bianchi contribuì a un maggior radicamento del giornale oltre la tradizionale dimensione tra Livorno e Pisa. Ne fece il quotidiano dell’altra Toscana, quella che non si riconosce nel primato di Firenze sul resto della regione che si affaccia sul mare. Un percorso professionale di prestigio, al "Corriere della sera" come notista politico, sempre distante dalle seduzioni di capi e gregari della scena romana. E poi l'amicizia e la stima di Carlo Caracciolo e di Eugenio Scalfari, con le direzioni della "Nuova Sardegna" e del nostro giornale.
Il suo ultimo articolo pubblicato su "Il Tirreno" porta la data del 29 aprile 2017, quando festeggiammo con un numero speciale i 140 anni di vita della testata. Lo trovate qui. È la testimonianza dei dieci anni intensi, mai mal spesi, come lo stesso Bianchi sottolinea, trascorsi a Livorno e in Toscana durante l'epilogo infausto della Prima Repubblica. Lui romano di formazione, diventò livornese d'adozione. Quando lo contattai, per chiedergli di scrivere l'articolo, lo chiamai, come segno di rispetto professionale, con il titolo di direttore. Mi rispose con un'evidente sincerità: "Il direttore del giornale sei tu". Ma fu contento di quell'opportunità. Ci incontrammo settimane dopo in redazione a Livorno e i meno giovani lo salutarono con affetto chiamandolo appunto direttore. Testimonianza di una segno profondo lasciato nella storia e nella memoria di un corpo vivo e complesso qual è un giornale.
Fu un incontro intenso, mi confidò un episodio della sua gioventù il cui ricordo lo avrebbe accompagnato negli anni. Risaliva al periodo bellico, 1944, Roma occupata dai tedeschi. Luigi per evitare di essere arruolato si era dato alla macchia nei boschi intorno alla capitale. «Un giorno – inizia il suo racconto – mi recai a Rocca Priora per comprare fiammiferi. Nella spoglia bottega rifornita di poche cose entrò all’improvviso un soldato tedesco, mi chiese brusco che cosa facessi lì. Mi sentii perduto. Un giovane ventenne in quei mesi o era al fronte o era un disertore. Risposi in tedesco, lingua che ben parlavo grazie ai miei studi universitari in filosofia, che mi trovavo lì sfollato con la famiglia perché ero malato di cuore. Finse di credermi. Uscimmo all’aria aperta per fumare, gli offrii una sigaretta. In quel momento un gatto nero si avvicinò e si strofinò a noi due. Poi miagolò. Il soldato disse: mi chiamo Otto Kluge, vengo da Lipsia dove ho una bottega come questa, anche lì da me c’è un gatto nero. Gli animali – continuò a raccontarmi Luigi Bianchi ricordando le parole del soldato – hanno lo stesso linguaggio dappertutto e si capiscono ovunque. Perché non è così anche per noi esseri umani? Scappa, va via; tra un po’ arrivano altre truppe, ti scopriranno e ti prenderanno. Per noi tedeschi la guerra è ormai persa, io sono un militare e devo combattere, non posso fare altrimenti. Ma tu evitala questa guerra, non uccidere altri essere umani. Siamo tutti simili».
Un racconto che mi è rimasto impresso, nella sua semplicità quasi una parabola evangelica. Un laico inno alla convivenza pacifica nel pieno della più grande tragedia del Novecento. In lui percepii il rammarico di non aver mai più incontrato negli anni successivi quel tedesco. Lipsia infatti con il calar della “cortina di ferro” del dopoguerra era divenuta irraggiungibile, finita sotto un’altra dittatura, quella comunista della Ddr. L’ultimo incontro con Luigi Bianchi risale a pochi giorni prima del Natale scorso, nella bella casa livornese della figlia Prisca.
Aveva appena terminato la sua ultima fatica, un libro di filosofia – la sua grande passione – che guarda alle questioni dell’oggi. Già dal titolo si capisce che non è un lavoro di pura speculazione intellettuale, ma la prosecuzione di un impegno civile e culturale che ha contraddistinto tutto il suo percorso: “La dignità globale. Un mondo dell’uomo per l’uomo”, edito dalla ETS di Pisa con la prefazione di Alfonso M. Iacono. Me lo regalò, ne parlammo a lungo. Una concezione evoluzionistica della storia e del pensiero umano, la sua. Un testamento per l’oggi. «Appartenere al consorzio umano significa essere cittadini di quel mondo senza disparità né eccezioni e, in quanto tali, dotati tutti della medesima dignità» ci lascia detto. Come non essere d’accordo. Per noi della grande famiglia de “Il Tirreno” oggi è un giorno di lutto. A tutti voi, cari lettori, in particolare a chi ha avuto la fortuna di conoscere Luigi Bianchi, come sempre buona domenica.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
