Il Tirreno

Livorno

«Coniugi anziani trattati come bestie»: badante degli orrori condannata a 3 anni

Federico Lazzotti
Un frammento del video
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Livorno: nelle motivazioni del giudice tutte le angherie subite dai due tra botte, sputi, insulti e umiliazioni quotidiane

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LIVORNO. Aveva trasformato un salotto come tanti nella stanza dei peggiori orrori. Una prigione domestica dalla quale gli anziani che avrebbe dovuto accudire, non potevano scappare ma solo subire le angherie quotidiane compiute dalla badante: la donna, ultraottantenne e malata di Alzheimer, chiusa per ore dentro un letto ospedaliero con le sponde alzate, offesa («Tu sei il Diavolo», gridava), presa per i capelli, strattonata. Mentre il marito, sdraiato sul divano poco distante, non poteva far altro che restare in silenzio, immobile davanti al terrore, «schiacciato dal peso della necessità di un aiuto per la gestione della moglie che egli non poteva assicurare».

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LE MOTIVAZIONI

A distanza di un anno e mezzo dal blitz della polizia che ha liberato dalle violenze marito e moglie, il giudice per l’udienza preliminare Marco Saquegna ha depositato le motivazioni della sentenza. Doina Iancu, 62 anni, è stata condannata con rito abbreviati a tre anni di reclusione, colpevole di maltrattamenti aggravati, «tanto da rendere – scrive il pubblico ministero nel capo d’imputazione – più penosa e mortificante la loro esistenza».

È leggendo le tre pagine depositate in cancelleria il mese scorso che la porta della stanza degli orrori, sistemata in un anonimo condominio nel centro di Livorno, si apre di nuovo. «Il più gentile degli appellativi che la badante riservava all’anziana – scrive il giudice – era bestia, ma non mancava di attribuirle parentele con il demonio, strattonandola con violenza, anche afferrandola per i capelli, ogni qual volta doveva occuparsi di lei per il cambio geriatrico o per altre incombenze».

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L'INDAGINE

A far scattare l’indagine – come ricorda lo stesso magistrato – la denuncia da parte di due operatori sanitari della cooperativa Humanitas che un paio di volte a settimane si occupavano di portare fuori gli anziani per qualche ora. «Hanno constatato – va avanti – sul viso e sul corpo della donna inequivocabili segni di percosse, sospettando fin da subito dell’imputata. Sospetti resi ancora più fondati alla luce di un episodio raccontato da un operatore, testimone diretto di uno schiaffo inferto all’anziana dalla Iancu proprio in sua presenza».


IL MOVENTE

La badante ha cercato, in qualche modo, di spiegare il perché del suo comportamento. «Le difficoltà della gestione di una problematica assistita, i problemi familiari – replica il giudice – non hanno nulla a che vedere con la denigrazione della vittima, con l’uso quotidiano di violenza fisica e veemenza verbale nei suoi riguardi, anzi. Agli occhi di chi scrive quelle condotte assumono altro significato: l’anziana era divenuta l’oggetto sul quale la Iancu sfogava ira, frustrazione e preoccupazione per la sua vita».
 

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