Gioco
David e Anita, la felicità oltre la malattia grazie a un matrimonio celebrato in ospedale
In una saletta del reparto di oncologia a Livorno una cerimonia che va al di là delle fedi
LIVORNO. La malattia che si converte in gioia, come in una catarsi del corpo e dell’anima. E che porta rigenerazione grazie ai sentimenti di un uomo e di una donna. Perché il dolore non è solo dolore ma un’opportunità di crescita interiore per chi riesce ad espandersi con il cuore fino a produrre pura energia positiva. Perché nulla, assolutamente nulla, della sfera materiale è destinato a durare. E quello che, invece, rimane e conta è solo l'amore universale.
La testimonianza reale di tutto questo è stato il matrimonio avvenuto, alcuni giorni fa, tra David Novelli e Anita Brogi nel reparto di oncologia dell'ospedale di Livorno. Una cerimonia per poche persone in una saletta di servizio, con abiti dettati dal luogo e non certo da cerimonia, perché David, 63 anni, era stato ricoverato da poco tempo proprio in quel reparto. Unici segni di festa nuziale un piccolo mazzolino di fiori per la sposa, le fedi, un vassoio di dolci e una bottiglia di spumante.
Eppure in quella piccola stanza dell'ospedale è come se fosse stata celebrata una suntuosa cerimonia con decine e decine di invitati e banchetto conseguente. A rendere ricca questa celebrazione, è stata l'intensità dei sentimenti della coppia che si sono ulteriormente rafforzati dopo la scoperta della malattia di David. «Ci siamo conosciuti a maggio – racconta Anita Brogi, 62 anni, di Lucca – ci siamo trovati subito in grande sintonia con una corrispondenza di idee e di sentimenti».
E così David e Anita hanno iniziato a conoscersi, lei già in pensione dopo una vita spesa a fare l'insegnante di scuola dell’infanzia. E lui, di religione ebraica, diviso tra le attività per la comunità e un lavoro nell'ambito dei controlli di qualità dei prodotti kosher, cioé di quei cibi che vengono realizzati secondo la regola della Torah.
Nemmeno la diversità della religione ha creato ostacoli tra loro (Anita è di religione cattolica). Anzi, come racconta lei stessa «è stato un arricchimento scoprire le radici ebraiche della vita di Gesù». L'unione si è cementata e ogni giorno era una scoperta per entrambi.
Nonostante le affinità che stavano scoprendo, non avevano pensato ancora al matrimonio, magari con una festa con le rispettive famiglie di origine. Poi, però, a fine ottobre « una busta con valori delle analisi “sballati” - come racconta con tono calmo e sicuro Anita - ci hanno fatto cambiare prospettiva». «Con la malattia la percezione del tempo è cambiata, è diventata più precaria – spiega Anita – ma la nostra unione si è rafforzata e da qui abbiamo deciso di sposarci».
La cerimonia doveva essere celebrata nella casa di David da un ufficiale di stato civile. Poi, però, il giorno prima è arrivata la chiamata dal reparto dove David aspettava di essere ricoverato per effettuare le cure. «Pensavamo di dover rimandare il tutto – continua Anita – ma dal Comune ci ha detto che, se volevamo, potevamo celebrare il matrimonio anche in ospedale. E allora ci siamo detti: perché aspettare, in fondo non ci importava del luogo e della modalità dell’evento».
L’importante era condividere lo scambio delle fedi, suggellare il legame. Perché, come si legge sui testi buddisti, il passato è passato, il futuro è un sogno e quello che conta solamente è il presente, il qui e ora. E così è stato ad Oncologia dove la saletta a servizio del reparto si è riempita virtualmente di fiori, nastri bianchi e di musica d’organo. Poi a seguire c’è stato un piccolo, ma reale, rinfresco. E infine le fotografie di rito.
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