Il Tirreno

Livorno

il collezionista anti-furbi  

Pepi accusa: mi perseguitano perché smaschero il business

M.Z.

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LIVORNO. Possibile che Modigliani non riesca più a togliersi di dosso questa maledizione dei falsi che spuntano ovunque? «Qualunque opera ha quotazioni da capogiro e, eccetto me, non c’è nessuno che faccia sentire la propria voce e si batta contro quest’alluvione di falsari che fa comodo a troppi». Il collezionista Carlo Pepi si è fatto una consolidata fama di bastiancontrario fin da quando ha contestato l’attribuzione a Modigliani delle teste ripescate a Livorno nei fossi 35 anni fa.

«Mi perseguitano – aggiunge – perché è un business miliardario. Perché questa bufera riguarda principalmente Modì? Perché nessuno ne tutela il nome, è morto praticamente come un figlio di nessuno. E io, che sono l’unico al mondo a spendermi fino all’ultimo respiro per andare a caccia di falsi, vengo preso di mira. Eppure all’estero non è così: ma lo sapete che anche negli ultimi giorni mi sono arrivate più di dieci richieste per capire se questo o quel Modì è autentico o no? La colpa è di una cosa sola: l’assenza di una critica che sia in grado di non piegarsi ai diktat del mercato e degli arricchimenti facili».

Pepi deve avere un caratteraccio: «Ho lasciato anche gli “Archivi”, non andavo d’accordo con quel modo di fare».

Del resto, il suo legale (e amico) avvocato Nino Filastò ne ha raffigurato le battaglie contro le macchinazioni di un esercito di falsari e di furbetti non solo nelle aule di tribunale ma anche in un romanzo giallo a chiave: si intitola “La notte delle rose nere” pubblicato da Mondadori nel ’97: il riferimento è trasparente, visto che Carlo Pepi è di Crespina e il romanziere parla di una villa-museo a Crespinello che sembra tirata fuori pari pari dall’identikit di casa Pepi. Ma non sarà mica lui dietro il personaggio dello storico dell’arte Wayne James che nel libro finisce annegato nell’acqua sudicia del molo di Livorno? «No, – sorride Pepi – guardi invece alla figura del dottor Chirli: lo legga, dietro la fantasia da romanzo c’è qualcosa che non è solo romanzo».

Non c’è bisogno invece della fantasia d’uno scrittore per descrivere Pepi mentre risponde alle domande del Tirreno: è un fiume in piena. Se la prende perfino con un mostro sacro della critica d’arte come Roberto Longhi («avrebbe fatto meglio a comprarsi un manuale e mettersi a zappare le vigne prima di maltrattare così Fattori»).

Già, Fattori. Non c’è solo Modigliani nel Pantheon di casa Pepi: «Ma possibile che debba venire un pisano a dire a voi livornesi che avete due fra i più grandi geni dell’arte?». Inutile dire che il riferimento è, appunto, a Modì e a Fattori. Ma se Modigliani è venerato da mezzo mondo e i suoi colli lunghi hanno stregato gli ultraricchi in grado di tirar fuori cento milioni per un quadro, Fattori è il grande dimenticato che Pepi vuol far tornare in auge: «I macchiaioli sono stati più importanti degli impressionisti francesi, e Fattori aveva aperto la frontiera dell’astrazione prima che lo facesse Kandinskij. Ma chi mi ascolta? Sono un Don Chiosciotte dell’arte». —

M.Z.

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di Redazione web