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«Famiglie raggirate per 1,2 milioni»: a processo ex promotore finanziario
Livorno: prometteva guadagni con polizze e investimenti ma i soldi sono spariti. Indagine della Finanza, le prime udienze
LIVORNO. Riponevano fiducia in lui. Che conoscevano da tempo e del quale si fidavano ciecamente, al punto di affidargli gran parte dei risparmi. Anche i soldi di una vita. Ora, lui, Daniele Elia sessantaseienne ex promotore finanziario livornese ma residente a Cecina, è imputato di truffa aggravata ai danni di tre famiglie livornesi alle quali, nel corso degli anni (in un caso più di trenta), avrebbe sottratto complessivamente oltre un milione di euro.
Rinviato a giudizio dopo la chiusura dell’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Antonio Di Bugno, il processo si è aperto il 10 luglio scorso ed ha visto celebrarsi tre udienze, l’ultima il 29 gennaio. Sono state citati come responsabili civili gli istituti finanziari con i quali aveva avuto un rapporto lavorativo, nello specifico Banca Fideuram, Banca Intesa e Banca Generali. Istituti che hanno negato ogni responsabilità nei confronti dell’operato del promotore. Banca Generali, tra l’altro, si è costituita parte civile. Come le vittime della truffa.
L’indagine nei confronti di Elia è partita a seguito di una denuncia presentata da una famiglia di commercianti livornesi che avevano stipulato contratti col promotore finanziario già a metà anni’80, quando lo stesso aveva un rapporto con Fideuram. Elia aveva presentato loro prodotti finanziari ritenuti interessanti per il rendimento promesso e successivamente stipulato delle polizze che prevedevano l’investimento, nel tempo, di denaro. Fino ad arrivare ad una somma pari a 660. 000 euro.
I coniugi versavano i soldi nel prodotto finanziario consegnandoli direttamente al promotore nella loro abitazione, oppure nel negozio dove esercitavano la loro attività. Elia avrebbe inoltre prodotto documentazione contraffatta per mostrare i presunti guadagni degli investimenti fatti, carpendo così la fiducia dei suoi clienti. È stato quando la famiglia di commercianti ha avuto bisogno di prelevare soldi per aiutare la propria figlia che è scoppiato il caso. Allo sportello della banca (in quel momento Elia si presentava come promotore per Generali) i coniugi hanno scoperto che su quel conto aperto erano rimasti solo pochi spiccioli. In preda alla disperazione si sono rivolti alle forze dell’ordine e all’avvocato Renato Luparini, del Foro di Livorno, che ha curato la denuncia.
Le indagini, dapprima condotte dai carabinieri poi dalla guardia di finanza, sono state riassunte in un procedimento giudiziario con l’inchiesta condotta dal dottor Di Bugno in cui sono poi confluiti altri due casi, afferenti Elia. La modalità era molto simile: l’ex promotore prometteva guadagni con operazioni finanziarie, salvo poi scoprire – da parte delle vittime (altre due famiglie livornesi) – che i soldi investiti si erano col tempo volatilizzati. In un caso si contesta una truffa per 206. 750 euro. In un altro di 350. 000 euro. Cifre che, sommate ai 660. 00 reclamati dai commercianti, fanno lievitare l’ammanco a oltre 1, 2 milioni di euro.
Durante l’ultima udienza, celebrata pochi giorni fa, il giudice ha stabilito un rinvio perché si è manifestata in aula – seppur non ancora perfezionata come richiesta – la possibilità di un patteggiamento da parte dell’imputato con la richiesta della sospensione della pena ed il patrocinio dello Stato. L’avvocato Luparini, legale di una delle tre famiglie offese, pur non entrando nel merito di quelle che possono essere le legittime strategie processuali della difesa, fa notare tuttavia come esista un serio rischio per le famiglie danneggiate di non poter essere risarcite in sede penale, ma solo – eventualmente – con una successiva azione civile.
«È buona prassi – spiega Luparini – quando ci sono lesioni così gravi al patrimonio delle persone che si vincoli il ricorso al patteggiamento ad un comportamento quantomeno riparatore da parte dell’imputato». Insomma, se comunque il patteggiamento – ammesso che sia formalizzato e concesso – è uno sconto sulla pena, «come può essere rieducativa – fa notare il legale – la stessa pena se l’imputato se ne esce dal processo senza rimborsare una lira e magari con le spese legali pagate dallo Stato?».
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