Il Tirreno

Livorno

la storia  

«Io, ebrea, salvata grazie alla bugia di un avvocato podestà»

«Io, ebrea, salvata grazie alla bugia di un avvocato podestà»

Piera Rossi racconta lo stratagemma usato da Giovanni Gelati che la spacciò per una sua parente. E ricorda  la povertà della sua famiglia 

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livorno. «Ero bambina e ho subito le leggi razziali. All'inizio i miei genitori non si allarmarono, poi però cominciarono tutta una serie di divieti e la vita diventò impossibile». Comincia così il racconto di Piera Rossi, nata a Livorno da genitori ebrei e sopravvissuta insieme al fratellino alla pagina più nera della nostra storia recente. Piera ha incontrato gli studenti livornesi insieme alla sorella acquisita Giovanna Gelati per testimoniare la storia di umanità e resistenza dei suoi due angeli salvatori, l’avvocato antifascista Giovanni Gelati e la moglie Lydia, genitori di Giovanna, che accettarono di accogliere e ospitare Piera e il fratellino spacciandoli per figli propri. «Scappammo da Livorno dopo che ci fu portato via tutto - continua Piera- dovemmo licenziare la mia tata, che amavo moltissimo, perché era ariana e il mio babbo fu costretto a mandare via tutti i dipendenti della sua bella merceria, perché anch’essi erano ariani. Smise di lavorare e io non potei più andare a scuola».

L’odissea della famiglia Rossi durò anni, 15 sfollamenti in breve tempo nel tentativo di trovare riparo dalla follia antisemita: «Un giorno mio padre seppe che il parroco di un piccolo paese, Fabbriche di Vallico, si chiamava proprio Rossi, che non sembra un cognome ebraico. Ci portò da lui e gli chiese di aiutarci, di dire che eravamo suoi nipoti scappati dalla città e dalla guerra. Lui fu il primo vero “giusto tra le nazioni” che incontrammo. La vita però era difficilissima, babbo rivendeva ai contadini i pochi strumenti che si era portato via dalla merceria e mamma riceveva in cambio della farina piena di bachi: “Così c'è anche la carne” diceva».

Ecco che il babbo di Piera si rivolge all’avvocato livornese Giovanni Gelati, che in seguito ai bombardamenti di Livorno era sfollato a Coreglia degli Anteminelli, in provincia di Lucca, dove gli era stato chiesto di ricoprire la carica di podestà. Giovanni e Lydia Gelati accolsero subito Piera e il fratellino nella propria casa: «Anche se ero molto piccola mi ricordo benissimo che ero felice di avere due fratelli, dormivamo insieme, tutti e tre nello stesso letto» racconta Giovanna. «Il mio babbo era un antifascista e aveva accettato la carica di podestà senza pronunciare il giuramento - continua Giovanna- riuscì a salvare tante vite ma per farlo fu costretto tante volte a mediare con i soldati tedeschi. Una volta, a seguito dell’assassinio di un soldato da parte dei partigiani, fece partecipare tutto il paese al funerale dello stesso soldato, per evitare che i tedeschi facessero una rappresaglia. Da quel giorno, sulla tomba del militare tedesco non mancarono mai i fiori freschi fino a quando, finita la guerra, i familiari vennero a riprendersi il corpo». A causa di questa condotta insolita Giovanni Gelati fu accusato di aver collaborato con i fascisti: “Fare qualcosa per aiutare gli altri è difficile, costa sempre qualcosa, e al mio babbo gli costò quest’accusa infamante” dice Giovanna. Ma Giovanni e Lydia Gelati sono stati riconosciuti “Giusti fra le nazioni” il 25 gennaio 2012. —



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di Redazione web