Gioco
In centinaia gli studenti alla Marcia per dire no all’odio
Le classi sfilano con i cartelli dei campi di sterminio e si commuovono ascoltando le testimonianze dei “Giusti”
Un corteo colorato e composto che attraversa piazza Grande e dalla Camera di commercio arriva in piazza Benamozegh. Una lunga fila con centinaia di bambini e ragazzi delle scuole elementari, medie e superiori che alzano al cielo i cartelli con i nomi dei campi di sterminio. A guidarli i dirigenti della Comunità di Sant'Egidio, l'assessore alla cultura Francesco Belais e Vittorio Mosseri e Guido Servi, rispettivamente presidente e vicepresidente della comunità ebraica livornese: «Dobbiamo lavorare tutti insieme per creare anticorpi all'odio e al razzismo che siano tramandati attraverso le generazioni- dice Mosseri ai ragazzi- Livorno ha mostrato molte volte di essere una città accogliente, è compito vostro far sì che resti un luogo di integrazione e scambio affinché non si ripetano più eventi drammatici a danno di vittime innocenti».
Per l'assessore Belais «dovremmo attualizzare le Leggi Livornine, riscriverle per il mondo di oggi in cui soffiano pericolosi venti di intolleranza».
Anche Sabatino Caso della Comunità di Sant'Egidio rivolge un monito agli studenti riuniti nella piazzetta antistante il Comune: «Non lasciate che la memoria appassisca in un ricordo stanco, tenetela viva, fate sì che diventi un contributo per generare uomini migliori». La Marcia della Memoria, che è ormai un appuntamento tradizionale per tutta la città, segue quest'anno un percorso diverso, non più scandito dalle pietre d'inciampo: a costringere gli studenti livornesi al faccia a faccia con la storia non sono i sampietrini rivestiti in ottone che portano i nomi dei nostri concittadini deportati Isacco Bayona o Frida Misul ma l'ascolto di alcuni testimoni diretti della violenza, del razzismo e dell'odio. «Finché le cose non le ascolti dal vivo non ne capisci la gravità- conferma Giovanni della 4D del Vespucci - uno sguardo, un racconto sincero fanno sicuramente la differenza».
All'inizio del mattino gli alunni di ben 9 scuole cittadine incontrano infatti le “sorelle” Piera Rossi e Giovanna Gelati, che al tempo della promulgazione delle leggi razziali erano appena bambine, Luciana Bassano, scampata alla deportazione insieme ai compagni dell'orfanotrofio israelitico di Livorno e Pierluigi Frisini, figlio della “giusta tra le nazioni” Lidia Basso Frisini, che salvò dall'arresto la famiglia Gabbai. Persone normali, non-eroi, come sottolinea Anna Ajello della Comunità di Sant'Egidio, che richiama tutti alla responsabilità, perché “per fare il bene non si deve essere santi. Non c'è essere umano, neanche il peggiore, che non possa agire il bene”.
I bambini e i ragazzi ascoltano in silenzio, con attenzione: «È difficile aiutare un altro se si rischia la vita, se si può essere scoperti: chi l'ha fatto è stato davvero coraggioso” dicono Niccolò e Mia della 5B delle elementari Puccini. Ad emozionare e commuovere è però sopratutto la testimonianza del guineiano Soualo Doukoure, che nel 2016 è arrivato a Livorno dopo un viaggio durato 3 anni che lo ha portato nelle tristemente famose carceri libiche, dove ha subito abusi e torture: «Ascoltando il telegionale non ci rendiamo conto della sofferenza e delle ragioni che possono spingere un ragazzo a venire in Italia, gli immigrati non sono tutti cattivi come vogliono farci credere ed è giusto dare una mano a chi ha bisogno di aiuto” osservano Teresa e Marco della 3B delle medie Marchesi. Una partecipazione intensa e che non basta a rassicurare la storica Catia Sonetti: «Dobbiamo vigilare, nel nostro paese c'è un clima d'odio crescente, studiato a tavolino. La situazione è molto grave ed oggi, come accadde allora, corriamo il rischio di accorgercene troppo tardi». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google