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La guerra del pecorino: «Il vostro latte non ci serve più». Per gli allevatori maremmani cominciano i guai

Giovanna Mezzana
La guerra del pecorino: «Il vostro latte non ci serve più». Per gli allevatori maremmani cominciano i guai

Il territorio fa quadrato e 14 caseifici soci del Consorzio Dop salvano i pastori rimasti senza il contratto delle industrie

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GROSSETO. Francesca Scalabrelli ha 39 anni, una laurea in psicologia e una specializzazione nella lingua dei segni. È giugno 2014 quando – pur avendo un contratto di lavoro con La Sapienza di Roma come interprete Lis per gli studenti sordi – molla tutto: lascia la Capitale e torna nella Terra del Tufo, nella casa dove è cresciuta a 7 chilometri da Sovana, borgo-mignon di Sorano. Ha un obiettivo: portare avanti una tradizione di famiglia cioè l’allevamento di pecore. Grazie a uno dei Programmi di sviluppo rurale della Regione Toscana che agevola l’inserimento dei giovani in agricoltura, mette a punto il suo piano per dare solidità al patrimonio che il padre mette nelle sue mani. E che prevede un investimento da 150mila euro, il 50% anticipato dal fondo regionale, il resto a suo carico. Comincia l’avventura alla guida del suo “Podere del Corti”, a Pianetti di Sovana. Lei rappresenta la quarta generazione: i due capi del filo rosso che si snoda dal bisnonno Leonildo a Francesca sono stati riannodati. Su 28 ettari e mezzo di terreni di cui una dozzina a pascolo per lo più di trifoglio rosso, il gregge di 111 pecore sarde produce 18-20mila litri di latte all’anno che vengono periodicamente prelevati da Alival, big della produzione italiana di formaggi, sede a Ponte Buggianese, Gruppo Nuova Castelli.

Le due lettere

È il 26 ottobre quando Francesca riceve una comunicazione con cui Alival la informa che «per problemi di logistica» la società è obbligata a «riorganizzare i giri di raccolta del latte, al fine di ottimizzare i costi». «Ok – pensa – il camion passerà in giorni e/o orari differenti rispetto al consueto» e non se ne fa un cruccio. È il 14 novembre quando però arriva un nuovo avviso: «Da un’analisi logistica e dei costi per i giri di Sovana e Amiata – scrive Alival – non possiamo più garantire il rinnovo del contratto». Le crolla il mondo addosso: «Oddio, ho pensato – dice l’allevatrice – Ho le scadenze, ho il mutuo, come fronteggio le spese? Ho lasciato tutto, ho fatto questa scelta e ora che succede?». Erano più di dieci anni che il Podere dei Corti – battezzato nel 1980 dai genitori di Francesca, Bruno e Loriana – mungeva latte per Alival: era stato il padre a farsi avanti con la società per garantire uno sbocco sicuro alla produzione. E Alival era sempre stato un ottimo pagatore.

I big si tirano indietro

Sono circa un centinaio – più della metà tra la Maremma e l’Amiata – gli allevatori toscani che a fine novembre sono stati “scaricati”: «77 da Alival e 28 da Granarolo per un totale di circa 3 milioni e 300mila litri di latte», precisa Carlo Santarelli, presidente del Consorzio Pecorino Toscano Dop. Sia le lettere di Alival che quelle di Granarolo sono giunte con un tempismo stupefacente: «A distanza di tre giorni le une dalle altre – dice l’allevatrice – Tant’è che abbiamo pensato che si fossero messi d’accordo: senza dubbio non è così, visto che sono concorrenti». Alival – che precisa che «non ci sono state “disdette” in quanto i contratti in essere sono arrivati tutti a naturale scadenza» – ha motivato il mancato rinnovo di alcuni degli accordi per il prelievo di latte con una riduzione del consumo dei prodotti caseari: «Prevalentemente in Italia e dall’inizio del 2018 – ha spiegato Stefano Ziliotti, direttore marketing del Gruppo Nuova Castelli – stiamo registrando un calo del consumo del 2-3% di tutti i prodotti caseari, fatta eccezione per il parmigiano reggiano e la mozzarella di bufala»; da qui la scelta del mancato rinnovo per il 2019. Unicoop Tirreno, colosso della grande distribuzione toscana e non solo, ha stimato per il 2018 un incremento valutabile intorno al 3% della vendita dei formaggi, freschi e stagionati.

Il pecorino dop

Granarolo ha motivato la disdetta come effetto «della crisi di mercato dei formaggi ovini Dop», che in Toscana sono due: il pecorino delle Balze Volterrane, prodotto pregiatissimo ma di nicchia (tanto che i quantitativi non vengono monitorati da Ismea, Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) e il pecorino toscano – circa 3.500 tonnellate prodotte nel 2018, quantitativo sostanzialmente in linea con il 2017 – su cui si sono dunque concentrate le attenzioni. Il presidente del Consorzio per la Dop Santarelli ha ribattuto che «il prodotto tira e che il mercato è stato costante nel 2018, sia in Italia che all’estero».

Guerra dei prezzi?

I due big fanno parte del Consorzio e producono pecorino toscano Dop: Granarolo nel caseificio Pinzani di Volterra, che ha rilevato nel 2015 entrando così nella produzione di caci toscani da latte di pecora; Alival nel caseificio di Pienza. Da quando il fulmine si è scagliato sulle greggi toscane, i contorni della vicenda – i rapporti di causa ed effetto (costi di produzione contro consumi di mercato) – sono stati pochi chiari. L’assessore regionale all’agricoltura Marco Remaschi ha intravisto nella vicenda una strisciante “guerra dei prezzi”: latte toscano versus latte sardo, notoriamente (ma anche storicamente) venduto ad un prezzo inferiore: 0,85 euro al litro per quello toscano contro 0,80 euro al litro per quello sardo, quotazione Ismea, ottobre 2018. Le produzioni toscane Dop non possono essere fatte con latte sardo (lo impedisce il disciplinare) ma non tutta la produzione di formaggio di un caseificio che opera nella Dop è Dop. E, per esempio Alival, non ha mai giocato al ribasso: al Podere del Corti ha sempre pagato un litro di latte da 90 centesimi al litro ad 1 euro (nei mesi estivi), qualcosa più della quotazione media di mercato.

La soluzione

Mentre gli allevatori ancora si chiedono cosa ci sia dietro la ritirata, il mondo agricolo – quello che chiede pane alla terra – ha tirato fuori gli antichi valori del solidarismo. La Regione, le associazioni di categoria – tutte, da Coldiretti a Confagricoltura – i sindaci dei comuni di Sorano, Manciano, Pitigliano e tanti altri hanno cercato una soluzione che nell’anima dei produttori di cacio era già stata presa. E non senza un grande sforzo economico: «Quattordici caseifici aderenti al Consorzio della Dop (tutti all’infuori di quelli di Granarolo e Alival) – dice il presidente Santarelli – faranno la loro parte e preleveranno il latte agli allevatori rimasti senza contratto. Così non ci saranno ridimensionamenti di produzione». Il Caseificio di Sorano – 120 aziende associate produttrici di latte più un paio di cooperative – per esempio, ritirerà più di 300mila litri di latte all’anno da 15 allevatori rimasti a piedi tra Sorano e Pitigliano. «Siamo una cooperativa e per noi questo è un dovere – dice il presidente Luciano Nucci – E poi l’agricoltura è un settore in cui quando un’azienda chiude, non riapre. Nel 2020 decideranno se consorziarsi o meno, liberamente. E non faremo prezzi da strozzini». «Luciano mi ha atteso una mano – dice Francesca – e io l’ho afferrata». Ne sarebbe lieto il bisnonno Leonildo che fu tra i primi 30 soci fondatori del Caseificio di Sorano. 

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di Redazione web