Il Tirreno

Livorno

la strigliata ai fedeli 

Il vescovo: la fede superficiale è mediocrità che non ascolta

Il vescovo: la fede superficiale è mediocrità che non ascolta

La festa del voto per ricordare la città salvata dal maremoto nel Settecento «Soffriamo di inquinamento spirituale: abbiamo troppa paura del silenzio» 

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LIVORNO. «Perché, all’arrivare dell’icona della Madonna di Montenero, le acque si calmarono improvvisamente il 27 gennaio 1742? I presenti rimasero talmente stupiti al punto da gridare al miracolo e istituire la festa civile e religiosa che oggi, dopo circa trecento anni, ancora celebriamo? ». Il vescovo Simone Giusti è partito da quest’accoppiata di domande nella liturgia del d-day della festa del voto in ricordo del giorno in cui Livorno venne salvata dal maremoto (e per questo da quasi tre secoli ritarda il via al carnevale e spedisce una delegazione civica a rifornire di olio la lampada votiva del santuario di Montenero).

È l’occasione in cui in piazza Grande, di fronte alle autorità, ai fedeli, alle confraternite e alle associazioni, grazie all’autoscala i vigili del fuoco collocano una corona di fiori attorno all’immagine mariana al di sopra del portico del Pieroni: dunque, lato terra, sulla sinistra.

In chiesa il monsignore-architetto cita una bella poesia di Octavio Paz che indica nella domanda la nostra origine (e il nostro agire) di persone («i nostri anni sono un bosco di domande, / tu sei una domanda e io sono un’altra») e al tempo stesso il modo d’essere di Dio («una mano che traccia, instancabile, / degli universi a forma di domanda»).

Potrebbe essere singolare, mentre si pensa alla religione come a un fortilizio di certezze e dogmi, ascoltare il vescovo che infila interrogativi su interrogativi: magari però per spingere a cercare un altro modo di leggere la storia e la realtà chiedendosi, visto con gli occhi della fede, cosa sta accadendo a Montenero e alle «sconosciute capacità auto terapeutiche delle persone». Ma stavolta il testo che il vescovo ha messo nero su bianco, prima ancora di presentarsi ai fedeli, come traccia della riflessione prende tutt’altra piega.

E se non è una sorpresa ascoltare un presule cattolico che si lamenta che dal fatto che «oggi che ogni tabù è caduto, si è costruita una censura fenomenale su Dio», ecco che monsignor Giusti si lancia in una strigliata che prende di mira «la mediocrità spirituale generalizzata» che nasce dalla «mancanza di ascolto interiore», dal «silenzio davanti a Dio», dalla «disattenzione allo Spirito»: «oggi più che mai» – avverte – c’è «il rischio di questo cristianesimo senza interiorità».

Il vescovo se la prende con un modo d’essere in cui «tutti parlano, pochi ascoltano: mai come in questo tempo c’è stato un inquinamento acustico». Anzi, il «raro, rarissimo silenzio» viene «spesso cacciato via perché avvertito come solitudine». Poi rincara citando una riflessione emersa negli studi monastici al santuario di Loyola: «La cultura della superficialità e del rumore finisce con l’erodere perfino la fede di non pochi cristiani la cui vita trascorre senza esperienza interiore: conoscono Dio solo per sentito dire».

Stavolta i rilievi non riguardano l’esterno, a preoccupare il vescovo è soprattutto il “suo” mondo, la “sua” gente: «Nella società della superficialità e del rumore tutto è possibile: pregare senza comunicare con Dio, celebrare la liturgia senza celebrare niente».

La preoccupazione del vescovo mette nel mirino un modo di vivere il cristianesimo «svuotato e ridotto a una spiritualità raffinata ma senza la grazia, a una via di auto salvezza». Non è affatto casuale il riferimento alla diffusione delle convivenze anche fra i cristiani: «Come se il sacramento matrimoniale fosse un accessorio sentito come inutile». –



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