Gioco
Il primario: «Accuse sgradevoli avevamo adottato quel paziente»
Sani, direttore di Malattie Infettive, difende il reparto: «Ricostruzione falsa i parenti sapevano che sarebbe morto ma per giorni non è venuto nessuno»
«Sono accuse sgradevoli verso un reparto che ha seguito quel paziente con amore, oltreché con il massimo impegno professionale». Spartaco Sani, primario di Malattie Infettive, si definisce amareggiato.
La protesta della comunità senegalese, quei cento immigrati che ieri mattina si sono radunati nell’atrio dell’ospedale, rappresentano un’accusa gravissima nei confronti della sua struttura. «Sono stati violati i diritti umani», ha gridato Mbaye Diop durante il presidio, denunciando la morte del cittadino senegalese Gora Thiam, avvenuta il 15 gennaio al 9° padiglione e il fatto che l’uomo sia stato sepolto al cimitero dei Lupi quattro giorni dopo senza che nessuno dei familiari fosse informato, come raccontiamo a pagina 8.
«Hanno fatto due telefonate, hanno trovato occupato e non si sono più preoccupati di avvertire che Thiam era morto. Siamo stati a trovarlo il lunedì, martedì è morto ma nessuno ce l’ha detto. Nei giorni successivi più volte abbiamo chiesto informazioni sulle sue condizioni al reparto senza mai avere risposte, poi domenica 21 abbiamo fatto irruzione al 9° padiglione pretendendo di sapere come stava il nostro connazionale e a quel punto ci hanno detto che era morto. Neanche con un cane si fa così», ha detto Diop.
Sani però si difende, difende l’operato del suo reparto, della caposala, del medico che la mattina del 15 gennaio ha constatato il decesso. «Abbiamo chiamato più volte i numeri che erano indicati nella cartella clinica. Il telefono suonava sempre a vuoto. Nessuno ha mai richiamato. Allora abbiamo lasciato anche dei messaggi in segreteria, ci sono i tabulati a confermarlo - racconta il primario -. I suoi familiari sapevano che stava morendo ma nessuno è mai venuto fino a domenica, quando si è presentato un amico e gli abbiamo detto che Thiam era morto. È falso il fatto che siano venuti più volte e che non abbiamo voluto fornirgli informazioni. Falso. Non so perché dicano una cosa del genere. Posso dire invece che nei giorni successivi a domenica sono tornati in reparto, in due, tre alla volta, hanno minacciato, hanno creato qualche scompiglio».
Sani continua: «Siamo tanto dispiaciuti, questo voglio sottolinearlo. Quell’uomo è stato con noi quasi cinque mesi. Lo avevamo adottato. Purtroppo aveva una malattia infettiva a evoluzione terminale e non c’è stata la possibilità di salvarlo. L’abbiamo tenuto in reparto da luglio a novembre, doveva sottoporsi ad una terapia che poteva essere effettuata anche a livello ambulatoriale ma non aveva le condizioni per stare a casa, non c’era chi poteva accudirlo e allora è stato qui. Lo abbiamo trattato in maniera amorevole, coccolato. Quando a inizio gennaio i suoi amici erano venuti a informarsi se poteva essere portato in aereo in Senegal, abbiamo provato ad aiutarli, un nostro medico ha passato la mattinata a cercare una soluzione, a informarsi: serviva un aereo medicalizzato, costava troppo, hanno deciso di non farne di niente. Sentirsi accusare in questo modo fa male. Reazioni come queste sono il modo peggiore per alimentare il disgustoso clima che stiamo vivendo in questo momento in Italia». —
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