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Il monito del ministro: «Linea dura per i bulli, ma i prof si chiedano cosa non va a scuola»
Bussetti, titolare dell’Istruzione, parla al Tirreno dopo il caso della scuola devastata a Pisa: certo che ci saranno misure severe, ma non confondiamo le proteste legittime con atti come questi
PISA. Con i vandali del Matteotti di Pisa «va adottata una linea dura». Il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti ne è convinto: «Sono certo che ci saranno provvedimenti severi», dice quasi fosse un invito al dirigente scolastico dell’istituto alberghiero devastato nella città della Torre, ma anche un appello alla magistratura. Perché con il blitz andato in scena nella notte fra domenica e lunedì i ragazzi hanno compiuto «veri e propri reati». Ma anche i docenti e la politica, dice al Tirreno, dovrebbero domandarsi «che cosa, nel percorso educativo, non ha funzionato».
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Ministro, con tutta probabilità questi ragazzi verranno denunciati. Anche la scuola dovrebbe adottare provvedimenti severi?
«Quello che è avvenuto è gravissimo. Parliamo di veri e propri reati. Che come tali devono essere giudicati e respinti dall’intera comunità scolastica e dalla società civile. Le proteste legittime degli studenti non possono e non devono essere confuse con atti come questi. Va adottata una linea dura. Sono certo che ci saranno provvedimenti severi. I danni sono gravi e ricadono purtroppo su tutta la comunità scolastica. Credo anche che sia importante interrogarsi profondamente sulle implicazioni educative di questa vicenda».
Si aspetta che il dirigente scolastico sporga querela contro i responsabili?
«Sono certo che il dirigente agirà nel modo migliore. Nell'interesse della sua comunità scolastica».
Il ministero può intervenire in qualche modo?
«Il Ministero si è attivato immediatamente attraverso l’Ufficio scolastico regionale per supportare l’azione del dirigente scolastico. Nessuno – dirigente, studenti e docenti – deve sentirsi in balia dei vandali. La scuola deve essere un luogo di formazione sicuro e protetto. Tutti insieme dobbiamo poi operare anche sul piano educativo. Ripartiamo dall'educazione civica. Abbiamo lanciato a dicembre una proposta di legge che ora sarà depositata per rendere l’insegnamento dell’educazione civica obbligatorio dalla scuola dell'infanzia fino alla secondaria di secondo grado».
Un disprezzo così sfrontato per un “bene comune” dove i ragazzi dovrebbero crescere come cittadini da cosa è scaturito? E’ anche causa della classe docente e degli educatori, comprese le famiglie?
«L’intera comunità – scuola, famiglia, agenzie formative – deve interrogarsi sul perché un gruppo di violenti abbia scelto di danneggiare una scuola per avere visibilità. Allo stesso tempo dobbiamo domandarci che cosa, nel percorso educativo di questi ragazzi, non ha funzionato. Perché i valori del rispetto, della convivenza civile e del confronto dialettico non abbiano attecchito e generato una risposta diversa al disagio che sicuramente questi adolescenti vivono. Accanto a questa riflessione, vorrei però aggiungere che la netta presa di distanza degli altri studenti è un segnale molto positivo. È doveroso dare attenzione a eventi come questi, senza cadere però nell’errore di pensare che la scuola intera stia fallendo la propria missione educativa».
Non sarà che nel Paese cresce un’idea diffusa di sospetto per la cultura e le competenze?
«Anche in passato le scuole sono state, purtroppo, oggetto di gesti vandalici. Di nuovo c’è la visibilità che i vandali cercano, e ottengono, grazie all’amplificazione dei social media».
C’è in Toscana da anni un gruppo di docenti e presidi, il “Gruppo di Firenze”, che ritiene le forme della contestazione studentesca e le occupazioni un rito stanco e inutile, una scusa per non fare nulla. Lei che ne pensa?
«I ragazzi che manifestano lo fanno per qualcosa a cui tengono. Lo fanno per la loro scuola, per il loro futuro. Ritengo tuttavia che l’occupazione non sia la modalità per dialogare. Gli organi rappresentativi degli studenti sono una valida ed efficace via per segnalare disagi o proporre soluzioni. Un conto è discutere e un conto occupare. La dialettica è l’unico modo per intavolare un confronto costruttivo».
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