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Fuga dalla moda, gli industriali: "In Toscana mancano 10mila lavoratori ma non si trovano"
Tessile, abbigliamento, pelletteria e conciario continuano a tirare ma le aziende toscane lanciano l’allarme per i pensionamenti di "quota 100": «Esce chi sa lavorare». Fissato un summit con le scuole
Da Prada la chiamano Academy. È una scuola, nell’Aretino, in cui imparare i mestieri delle filiere dell’abbigliamento, della calzatura e della pelletteria. Da Gucci si chiama l’Ecole de l’Amour, è stata presentata nelle scorse settimane con una grossa campagna di comunicazione. Identico significato: un luogo dentro la fabbrica, questa volta a Scandicci, in cui insegnare ai giovani a realizzare i preziosi accessori. Domenico Dolce non fa mistero di aver cominciato a imparare il mestiere di sartoria. E anche qui, questa volta siamo a Legnano, Dolce & Gabbana gestiscono le Botteghe del Mestiere, luoghi in cui i due stilisti formano i giovani che poi assumono nella loro maison.
45. 000 LAVORATORI DA REINTEGRARE
C’è un’Italia che ha fame di manodopera. Quelli che un tempo erano gli operai e che adesso sono gli specialisti della moda, coloro che fanno grande il made in Italy del mondo spesso, se sono bravi, guadagnano più di un ingegnere. Sistema Moda Italia, la Federazione che rappresenta oltre 400. 000 addetti e quasi 50. 000 aziende dell’industria della moda, ha calcolato che nei prossimi cinque anni, recessione e situazione mondiale permettendo, serviranno 45.000 nuovi lavoratori.
Una stima al ribasso che non tiene conto dei posti di lavoro che saranno creati ma del turn over necessario a rimpiazzare coloro che andranno in pensione. In Toscana la moda avrà bisogno di 10.000 nuovi addetti. E al momento non ci sono. «Si tratta di tecnici, di specialisti del settore», entra nel merito Marino Vago, presidente di Smi e ceo del gruppo di tintorie di famiglia. «Finora - aggiunge - siamo stati in grado di far fronte alla richiesta di addetti inglobando nelle nostre aziende coloro che avevano perso il lavoro per la crisi del settore. Si è quindi trovato il personale qualificato che ci serviva. Oggi non c’è più. Abbiamo utilizzato pensionati, facendoli tornare nelle aziende, per formare le nuove leve. Adesso i pochi rimasti chi li ha li tiene stretti ed è necessario lavorare a stretto contatto con i poli tecnologici e con le scuole».
UN’EMERGENZA PER GLI INDUSTRIALI
Una priorità per gli imprenditori che hanno costituito a livello nazionale un comitato, Education, con il compito di stringere rapporti con le scuole del territorio. Un bisogno di personale preparato che si fa ben più urgente con quota 100 e con il rischio – sì, per gli imprenditori è un rischio – che ci sia una corsa ai pensionamenti degli artigiani e dei tecnici con maggiore esperienza alle spalle.
Solo Confindustria Firenze stima un’uscita di 3.000 persone nella pelletteria. A cui si aggiungono le richieste di pensionamento delle province di Lucca, Pistoia e Prato per i settori del tessile, della moda e del calzaturiero. Secondo un’analisi del Centro studi Confindustria Toscana Nord – riportata da Pambianco – ci sono le condizioni per un’uscita in tempi brevi di 1.100 lavoratori dal settore tessile. Numeri solo parzialmente inseriti nei 45.000 calcolati da Sistema Moda.
Il comitato è presieduto da Paolo Bastianello – la Toscana è rappresentata dall’imprenditore tessile Riccardo Marini – e ha il compito di creare una rete tra scuole, industrie della moda e istituzioni. «I consumatori vedono le sfilate – dice – e i giovani vogliono fare tutti i creativi, gli stilisti. Nessuno si ferma a pensare che quegli abiti e quegli accessori sono stati realizzati nelle industrie. Serve un cambiamento culturale: le nostre aziende non sono più quei luoghi sporchi con le ciminiere dove è meglio non far lavorare il proprio figlio. Molto più spesso sono ambienti in cui lavorano periti e tecnici, diplomati e laureati».
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IL POTENZIAMENTO DELLA FORMAZIONE
Il 24 gennaio al Miur ci sarà un incontro con 100 dirigenti degli istituti tecnici italiani, prima volta che accade, con l’obiettivo di creare una rete di relazioni e capire esattamente cosa serve alle industrie per evitare una formazione troppo generalista e senza alcun contatto con il mondo produttivo. Se le grandi case di moda, quasi tutte ormai, si sono strutturate per formarsi il personale internamente (o acquisendo le risorse delle aziende della propria filiera) per le realtà industriali medio piccole è invece necessario un lavoro formativo istituzionale. In Toscana le eccellenze non mancano, ci sono l’istituto tessile Buzzi a Prato, il Polo Tecnologico conciario, il Polimoda.
I conciatori toscani, che sono partiti per tempo, hanno persino attivato un progetto, Amici per la pelle, con cui fanno visitare le aziende agli studenti già dalle scuole medie inferiori.
L’obiettivo era quello di aumentare le iscrizioni negli indirizzi scolastici di perito conciario e operatore delle produzioni chimici.
Inoltre, lo stesso Polo Tecnologico è sede universitaria distaccata, con corsi di chimica conciaria con alcuni degli studenti partecipano, in fase di tesi, allo sviluppo di brevetti e progetti per la valorizzazione dei processi industriali a basso impatto ambientale.
Tra gli esempi, parziali, non è stato citato il Mita la fondazione che organizza corsi Its (post diploma) legati alla moda e che piazza il 100% dei propri studenti. Talvolta ancor prima che siano arrivati al diploma le aziende socie, che ospitano gli studenti per le tantissime ore di pratica, li contrattualizzano per evitare di perdere il giovane particolarmente portato e di fatto formato ad hoc per il proprio reparto.
UN MODELLISTA GUADAGNA 4-5. 000 EURO
Quindi se i posti di lavoro ci sono e le strade per formarsi anche, qual è il problema? Risponde Tommaso Cancellara, direttore generale Assocalzaturifici e amministratore delegato di Micam. «Quando si parla di artigiani – commenta – si pensa a un lavoro arretrato mentre adesso questa funzione, anche con industria 4.0, è completamente cambiata. Si produce con macchinari avanzatissimi e con processi automatizzati che non possono però prescindere dalla presenza dell’uomo. Dallo scaffale di Hong Kong si comunica automaticamente con il reparto di Firenze quanti prodotti servono. È chiaro che ilruolo è completamente cambiato: gli addetti devono essere in grado di capire come si realizza un capo tenendo insieme manualità e conoscenze tecnologiche»
«Si tratta di lavori – aggiunge – che non vanno di moda: non può essere un caso che abbiamo avvocati, architetti e esperti di marketing in abbondanza mentre ci mancano i modellisti. Si immagina che siano operai: in realtà sono così specializzati che, se bravi, le aziende li pagano 4-5.000 euro al mese e se li portano via l’un l’altro».
FORMAZIONE INTERNA SURPLUS DELL’AZIENDA
La richiesta di posti di lavoro nella pelletteria, nel tessile e nella moda è facilmente verificabile. Le richieste sono così numerose da essere rintracciabili anche sui siti e sulle bacheche delle agenzia interinali. Il passaparola non è più sufficiente. Tra le aziende che spesso cercano personale da assumere in azienda c’è anche la Tessilform, società proprietaria del marchio Patrizia Pepe. «Tutte le aziende ormai – racconta il presidente Claudio Orrea –hanno rapporti diretti con le università e le scuole oltre a fare formazione interna. I progetti di sviluppo passano attraverso le assunzioni: il personale ha sempre più bisogno di avere competenze ma anche condividere lo spirito dell’azienda per cui lavora. A tutti i livelli. Anche noi abbiamo in progetto, con il nuovo ceo Roberto Silvioli, di avviare percorsi di formazione interna: lo stiamo già facendo con il personale dei negozi e lo faremo anche con i manager».
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