Gioco
Com’eravamo nel trapassato remoto, prima di esserci...
Lo strano caso del Portus Pisanus che in realtà è alle porte di una Livorno che non c’era ancora. L’indizio delle anfore al Museo di città
Alla fine anche gli specialisti hanno giocato con ironia sulla rivalità di campanile e, con una battuta, hanno tirato fuori che solo uno scherzo da archeologo poteva mettere a Livorno il porto di Pisa: anzi, il Portus Pisanus. Nella zona di Santo Stefano ai Lupi: anzi, più precisamente fra la trattoria Il Deserto e il Burger King, a un passo dal confine del cimitero dei Lupi che conta ormai più di 400mila anime e tracima verso il sottopasso di via Firenze.
Non è affatto una novità ma la dice lunga la sorpresa – come fosse un’altra burla tipo false teste di Modì – che salta fuori agli occhi del grande pubblico ogni volta che si parla di questa laguna man mano trasformata in una piana alluvionale.
L’idea di una Livorno pre-medicea sembra lontano dall’esser metabolizzata dal senso comune della propria identità: lo si vede ogniqualvolta fa capolino qualche traccia che ci ripropone quel trapassato remoto. Benché sia da lunghissimo tempo che se ne conoscono le tracce, non è entrata nella memoria collettiva quel magnifico leone alato scolpito nel marmo forse nel primo o nel secondo secolo dopo Cristo: era stato rintracciato negli scavi alla metà del decennio scorso, forse rappresentava una sorta di zampa del tavolo nel quartier generale aziendale di qualche impresa imbarchi e sbarchi del tempo di Giulio Cesare…
Le anfore – più o meno sul tipo di quelle rintracciate nell’abitazione della famiglia livornese - non sono comunque un “prodotto archeologico” inesistente qui da noi. Ce lo ricorda il museo dei Bottini dell’Olio: uno dei passaggi-chiave riguarda l’immagine di una inattesa distesa di anfore che vengono fatte risalire agli anni in cui viveva Gesù Cristo o quasi, sempre però nel primo secolo dell’era cristiana: facevano parte del carico di un mercantile che gli studiosi ritengono provenisse dall’Andalusia e trasportasse salsine di pesce e un po’ di buon vino. Lo trovarono nel ’70, per via di una libecciata doc, appena al largo dei Tre Ponti su un fondale di neanche dieci metri, a poco più di mezzo chilometro dalla spiaggetta.
Basta ficcare il naso negli archivi del Tirreno pee ritrovare che a metà strada fra gli anni ottanta e il decennio successivo il mare dell’isola-penitenziario di Gorgona si trasformò nel campo di “caccia” per un team di ricerca proveniente dall’università di Oxoford: un susseguirsi di campagne estive dell’équipe guidata dal professor Bound riuscì a riportare dal fondo del mare – in tandem anche con la Soprintendenza e una “squadra” di esperti ricercatori italiani – frammenti di anfore e di ceramiche. Erano testimonianze del fatto che le nostre coste e il nostro arcipelago erano al centro dei traffici marittimi già in età romana, e forse anche prima. —
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