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Circe, la madre di Cappelletti: «Prima di morire poteva confessare e liberare Carlo dalla sua ragnatela»
Marisa Cassandra, madre di Cappelletti, non sapeva neppure del decesso di Maria Luigia Redoli. «Non mi importa che sia scomparsa. Ma poteva almeno dire la verità prima di andarsene»
NORMA (Latina). «Ha rovinato una famiglia, una donna è stata capace di rovinare un’ intera generazione e una famiglia pulita». Circe. È bastato nominarla e lei che, quasi sembrava voler richiudere la porta in un attimo, s’è infiammata. Maria Luigia Redoli, la Circe della Versilia, morta lunedì ad Arezzo, era quasi una coetanea di Marisa Cassandra. Di certo è stata ed è ancora la sua ossessione, la mantide che ha irretito suo figlio. «Che lo ha incastrato», dice ora che ha appena scoperto che no, Carlo non avrà altre chance, nessuno lo «libererà dalla sua condanna», l’ergastolo.
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«La Redoli morta!? No, non lo sapevo né mi interessa. Mi avrebbe fatto piacere però sapere che almeno in punto di morte aveva confessato, dicendo come stanno davvero le cose, così da liberare mio figlio da questa ragnatela». Vive da sola ormai, Marisa Cassadra, in una casetta abbarbicata sulla «rupe» di Norma. Una tendina azzurra sull’uscio e un pergolato. Suo marito, Enzo, con cui seguì il processo, è morto da anni. Gli altri due figli vivono in paese. La sorella di Carlo, è «l’unica ad avere tagliato i ponti con lui», dice il sindaco Gianfranco Tessitori. Per la mamma Carlo è innocente. «Se ho mai pensato mio figlio come un assassino? Ma che domanda è? Certo che ne abbiamo parlato e mi ha sempre detto che lui in questo intrigo non c’entra niente ed è stato incastrato. Punto». La semilibertà per Marisa è il minimo che lo Stato potesse concedere.
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In carcere è un detenuto modello. Siamo arrivati a sorpresa e ora che ha girato la maniglia è combattuta. Se ne sta sulla soglia, in tuta e ciabatte. Ogni tanto incrocia le braccia. Il volto austero, duro, accigliato. Ripete «mio figlio» a ogni frase. Come dire: non lo rinnegherò mai, scordatevelo. «Carlo è sempre stata una persona dignitosa, ha sempre fatto il suo lavoro ed è stato sempre un buon figlio e un buon cristiano. Amato da tutti. Come vive il carcere? Non lo so, non ho mai voluto rinvangare il suo dolore, ma mi ha sempre detto che non c’entra a nulla. Lo ha detto il primo giorno e quelle parole saranno anche le ultime. Non so che cosa l’abbia attratto di quella donna. Perché avrebbe dovuto confidarmelo? Sono fatti suoi». Era ricca, signora. «Mio figlio non è mai stato una persona avida. Niente affatto», s’arrabbia. Era giovane, un giovane carabiniere di Norma a Forte dei Marmi.
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«Appunto...», dice e la voce quasi tradisce una nota di rassegnazione. Ma poi riprende, determinata, severa: «In Versilia non ci sono mai stata e nemmeno mi interessa». Come se fosse aldilà del globo, un mondo agli antipodi del suo. «Perché l’hanno condannato? Basta guardare la televisione e col mestiere che fa dovrebbe conoscere tutte le cazzate che fanno». Eppure anche Marisa cede, tergiversa, tentenna. Perché c’è una prova, seppur indiziaria, ad aver incastrato Carlo: il garage in cui ritrovarono il corpo di Luciano Iacopi era chiuso. E solo «quella donna» biondissima e Cappelletti avevano il mazzo di chiavi.
Secondo i giudici la chiave di volta del processo. Solo lui, quella montagna d’uomo, avrebbe potuto braccare il marito della Redoli con un braccio e a pugnalarlo 17 volte con l’altro, per poi fuggire sulla Maserati con l’amante e i suoi figli in discoteca, alla Bussola. «Adesso mi prende alla sprovvista - indietreggia Marisa - ho ben altri problemi. Queste sono cose che sa la padrona di casa, non io e tantomeno mio figlio. Ma una cosa la so: quella donna è stata capace di rovinare una famiglia pulita. Che lei sia morta non mi tocca. Come dice il detto, lascio fare a Dio che è un santo vecchio».
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