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L'ex vice prefetto Daveti rinviato a giudizio, per l’accusa aiutò un latitante
Livorno, già in carcere per aver ordinato esplosivo per una vendetta in questo stralcio Avrebbe violato la banca dati delle forze dell’ordine per infermare un faccendiere
LIVORNO. l'ex vice prefetto di Livorno Giovanni Daveti sarà processato per aver aiutato un faccendiere nella sua latitanza, anche attraverso l'accesso non autorizzato alla banca dati Sdi delle forze dell'ordine. Lo ha deciso il gup di Firenze Fabio Frangini, fissando per il 6 febbraio prossimo la prima udienza del procedimento. Per questa vicenda l’ex viceprefetto, regennte l’ufficio dell’Elba, era stato arrestato lo scorso agosto dalla guardia di finanza, con una misura di custodia cautelare ai domiciliari. Al momento della notifica del provvedimento però si trovava già in carcere, dopo essere stato arrestato a giugno dalle fiamme gialle per aver ordinato dell'esplosivo per vendicare un imprenditore amico vittima di una frode immobiliare.
A seguito dei rinvio a giudizio di Firenze Daveti siederà sul banco degli imputati con le accuse di procurata inosservanza della pena e accesso abusivo a sistema informatico o telematico protetto. Condanna a 4 mesi e interdizione dai pubblici uffici per un anno, pena sospesa, per Pasquale Troise, il dipendente della prefettura di Prato ritenuto l'autore materiale degli accessi allo Sdi richiesti da Daveti. Nel corso del processo con rito abbreviato, chiesto e ottenuto dal dipendente, la pm Christine Von Borries aveva proposto per lui una pena di un anno e mezzo di reclusione.
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Sfruttando la conoscenza di vecchia data col dipendente della prefettura, Daveti avrebbe cercato di proteggere una persona che avrebbe potuto procurargli guadagni anche come intermediario nella compravendita di coltan (miscela di columbite e tantalite usata nella costruzione di superconduttori elettromagnetici) estratto in Africa e destinato alla Russia. Si tratta di un faccendiere italiano che ha alle spalle una condanna per reati contro il patrimonio e una sfilza di precedenti per truffa, insolvenza fraudolenta, appropriazione indebita, compreso un arresto nel 1984 per assegni emessi a vuoto.
Nel 2015 l'uomo è in Albania, vuole rientrare in Italia per chiudere un affare, ma teme l'arresto. Così chiama il suo amico vice prefetto. Il quale, per dargli una mano, effettua un accesso abusivo al sistema informatico allo Sdi, per verificare se la cattura è già esecutiva o se l'amico ha ancora qualche giorno per muoversi indisturbato in Italia. Come se non bastasse, Daveti incontrerà poi il faccendiere all'Elba, fornendogli un vero e proprio decalogo della latitanza, non sapendo di essere intercettato dagli investigatori nella sua auto. Tra i consigli, quello di depistare gli investigatori lasciando i cellulari a casa, accesi, e di fuggire all'estero, meglio se in Serbia o in Albania. Qui sarebbe stato più facile procurarsi documenti falsi per tornare in Italia indisturbato.
Grazie all'intercettazione di questa conversazione il faccendiere fu poi arrestato il 25 settembre 2015 a Ventimiglia, nel luogo dove aveva detto a Daveti che si sarebbe recato in attesa dell'arrivo di nuovi documenti. Le microspie erano state piazzate nell'auto di Daveti nell'ambito di un'inchiesta della procura di Prato, che non avrebbe ancora avuto sviluppi, relativa a un'associazione a delinquere transnazionale finalizzata al riciclaggio di denaro.
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