Gioco
Settis: «La Normale a Napoli, teatrino imbarazzante. Grave l’intromissione della politica pisana»
Salvatore Settis, che ha diretto la scuola superiore, contro la Lega Ma era un progetto senza visione, «più simile al condono per Ischia»
Professor Salvatore Settis, qual è il suo giudizio sul ventilato “sdoppiamento” della Normale al Sud?
«Il sindaco di Pisa ha detto che la Francia non aprirebbe mai una seconda Normale. Non è vero. In Francia ce ne sono già altre tre: Cachan, fondata nel 1891, Lione (1985), Rennes (2013). Il punto è un altro: la Francia ha creato queste Scuole con un’accurata programmazione nazionale, mentre la “Scuola superiore meridionale” nasce da un’iniziativa locale dell’Università di Napoli, e come tale si aggiunge alle tante istituzioni analoghe che si auto-proclamano “di eccellenza” ancor prima di nascere. Un teatrino davvero imbarazzante».
Conosceva questo progetto?
«Non ho seguito l’iter, se non da quando ne ho letto sui giornali. L’iniziativa napoletana non aveva in origine il nome di “Normale”, e così è rimasto nella versione finale della legge. In una fase intermedia, a quel che ho capito, il direttore della Normale di Pisa ha tentato di riportare questa neo-fondazione in un alveo istituzionale coinvolgendo la Scuola pisana nel controllo del processo fondativo; ed è in questa fase che è spuntato il nome di “Scuola Normale Superiore di Napoli”, con l’infelicissima variante “Scuola Normale Superiore meridionale”. Non dubito della piena onestà delle intenzioni del direttore Barone, anzi della sua generosità. Ma la parola “Normale” non è un talismano che renda più serio il progetto, se al governo non c’è chi pensa in grande. Non risulta ad oggi alcuna visione strategica dell’università e della ricerca in Italia: anzi, la Finanziaria taglia un miliardo al Ministero e regala 93 milioni alla sola Napoli. Provvedimento singolarissimo, tanto più che il rettore di Napoli è presidente della Conferenza dei rettori. Un provvedimento che somiglia più al condono per Ischia che a un progetto culturale».
Ritiene lo stop al progetto una sconfitta per Pisa oppure la giusta difesa dell’identità pisana della Scuola?
«Non c’è stato alcuno stop al progetto, è solo scomparso il nome “Normale” e ogni ruolo della Scuola pisana. Ma trovo preoccupante che la riunione in cui lo si è deciso registrasse la totale, rivelatrice assenza del Ministro (c’era il suo capo di gabinetto), e che il peso determinante sia stato esercitato dal sindaco di Pisa e dall’onorevole Ziello della Lega. Insomma, una decisione politica firmata Lega. E dove è andata a finire l’autonomia universitaria prevista dalla legge, anzi dalla Costituzione (art. 33)?»
Che cosa pensa dell’intervento della politica locale in questa vicenda?
«E’ stato, appunto, un intervento assolutamente locale, che si è limitato a difendere la parola “Normale” come una sorta di proprietà pisana. Tristemente locale è anche il nome “Scuola superiore meridionale”, che ne riduce il senso, la portata, le ambizioni. Localismo a Napoli, localismo a Pisa: è forse questa l’Italia voluta dalla Lega, da sempre incline a fomentare i patriottismi locali per disgregare il Paese. Lo spirito della Normale è l’esatto contrario: ragionare sempre e soltanto a livello nazionale, anzi quanto meno europeo».
Quali sono le principali problematiche, ad oggi, di una Scuola come la Normale e quali le strade da intraprendere per lo sviluppo dell’alta formazione?
«Otto anni sono passati da quando ero direttore della Normale, e non sono tanto presuntuoso da avere ricette pronte. Ma sono sempre convinto che la Normale deve partire da Pisa: la contiguità con un’ottima università come quella pisana, con la Scuola Sant’Anna che è nata da una costola della Normale e con una concentrazione altissima di istituti (Cnr) è un capitale culturale che va speso bene. Accanto a questa straordinaria piattaforma di base, è importante la federazione con altre Scuole analoghe, come si è giustamente fatto negli ultimi anni: ma non sono due strade alternative, vanno integrate fra loro. Quel che manca è una visione generale che venga da chi ci governa: anzi, con questo governo come con i precedenti, manca ogni indirizzo, visione, progetto di lungo termine. Una drammatica carenza, a cui la Normale da sola non può certo porre rimedio. Se un vero progetto nazionale vi fosse, una seconda Normale potrebbe ben sorgere, con la dovuta progettazione e le debite garanzie. Ma siamo distanti anni luce da un orizzonte politico che lo faccia sperare». —
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