Il Tirreno

Livorno

Schiaffi al figlio dopo il furto di felpe, il monito di Crepet: «Ma non si educa così»

Federico Lazzotti
Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet
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Lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet

Livorno, dopo il caso di Eurasia i lettori si schierano con i genitori. Per il sociologo invece è meglio dare regole e punizioni

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LIVORNO. Il popolo del web – ad eccezione di un esiguo manipolo di voci contrarie – li ha subito eletti “genitori dell’anno”: bravi di qui, bravi di là, esempio per tutte quelle madri e padri mollaccioni per aver dato due ceffoni al figlio quindicenne che era stato sorpreso, venerdì scorso, a rubare un paio di felpe dentro al negozio Eurasia.

Paolo Crepet, 68 anni, psichiatra, sociologo, scrittore e volto dei salotti televisivi, ribalta il mondo dell’educazione social-sganassone come il medico Roberto Burioni smonta le teorie no-vax. «Uno schiaffo – recita una delle frasi che sintetizza il Crepet-pensiero – può scappare anche al genitore più mite, in ogni caso esso segna malinconicamente la nostra incapacità a capire e a educare». Perché «le regole e i “no” – prosegue – sono come dei paracarri ai lati di una strada; sono punti di riferimento, non debbono cambiare di posizione, non possono decidere di esserci o non esserci».

Professore, dunque quei genitori che hanno ricevuto l’applauso di molti hanno sbagliato?

«Questi apprezzamenti dicono molto di come siamo messi. Gli schiaffi personalmente non li ho mai tollerati, un conto è l’autorevolezza, un conto è arrabbiarsi, ma finisce lì, non c’è bisogno di menare, l’importante è essere autorevoli».

Ma nemmeno in questo caso si poteva-doveva fare uno strappo alla regola?

«Ma no guardi, lo schiaffo è un via breve rispetto a qualche cosa di più importante. Lo schiaffo finisce lì. Il problema educativo è dire: quella cosa lì non la fai, e se la fai non esci, c’è una punizione, ma è molto più complicato».

E questo cosa significa?

«Questo la dice lunga sul fatto che non sappiamo educare. Perché educare non è dare botte, quello lo facevano anche settant’anni fa. Vuol dire mettere delle regole: se rubi allora non esci per tre mesi. Ma i genitori sono capaci di fare questo? Oppure sono in grado di togliere al figlio per tre mesi il telefonino. Questo sì che è molto più complicato rispetto allo schiaffo».

Anche per i genitori?

«Direi di sì. Ma la punizione insegna davvero. Basta avere più buon senso».

Sembra molto preoccupato, ma lo è più per i genitori o per i loro figli?

«Sono molto più preoccupato per i genitori, i ragazzini fanno quello che han sempre fatto tutti i ragazzini: fare i cretini. Il problema reale oggi è che c’è un’anticipazione di tutto».

Parla di esperienze?

«Esatto, parlo di sballo, droghe e sesso che si fanno a un’età precedente rispetto a prima. Voglio sapere dove arriveremo: forse con il preservativo alle elementari».

E allora come devono fare i genitori?

«Semplice: devono dire di no. A 12 anni non si esce ed è bello che finito. Lei usciva a 12 anni? Nessuno è mai morto per un no. Ecco perché quello schiaffo non serve a niente, è solo uno sfogo, far vedere chissà che cosa».

Allora professore, cosa porta un ragazzino a rubare? C’entra in questo l’educazione?

«Certo, un ragazzino tenta di fare quelle cose inconsciamente nella speranza di essere punito perché vuol capire fino a che punto si può spingere. Se uno gli dice, o gli fa capire, che può spingersi fin che vuole allora siamo finiti».

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