Il Tirreno

Livorno

Decreto sicurezza, la Toscana guida la rivolta delle Regioni contro il governo

Mario Neri
Enrico Rossi (a destra) insieme al sindaco di Riace, Mimmo Lucano, e a don Massimo Biancalani
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Enrico Rossi (a destra) insieme al sindaco di Riace, Mimmo Lucano, e a don Massimo Biancalani

Pronto il ricorso alla Consulta. Lunedì in giunta Rossi sfida il ministro dell’interno a un confronto sui richiedenti asilo, ma Salvini rifiuta

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FIRENZE. Enrico Rossi non avrà il suo duello tv con Matteo Salvini. «Non offriamo altra pubblicità al presidente della Toscana. Io tiro dritto, il suo ricorso e quello di altri governatori di sinistra non mi preoccupano», risponde in serata perfino un po’ torvo il ministro dell’Interno a chi gli chiede se accetterà la sfida lanciata dal governatore al culmine di una giornata di batti e ribatti sul decreto sicurezza. Eppure, se non fosse impensierito dal fuoco amico e dalle virate fichiane di Di Maio, il leader leghista sarebbe costretto ad ammettere che sì, il pontederese da quasi dieci anni alla guida della Regione, l’irriducibile che ancora sogna una rivoluzione socialista, è anche uno dei pochi ad impensierirlo, a far scricchiolare la sua “creatura” politica.

Perché «il ricorso alla Corte costituzionale contro il decreto sicurezza è pronto», tuona Rossi in mattinata. Anzi, domani il testo verrà approvato in giunta, assicura, e subito spedito alla Consulta. Poche ore, e l’Italia anti-populista si mette in scia. Dalla Calabria, Mario Oliverio si dice «pronto» alla protesta e all’azione legale e promettono lo stesso anche Sergio Chiamparino e Catiuscia Marini in Piemonte e Umbria. Non solo. Rossi ribadisce l’appoggio ai sindaci ribelli («Fanno bene a ribellarsi ad una legge disumana») e si dice disponibile ad esercitare i diritti offerti dalla legge La Loggia, per cui i primi cittadini possono chiedere che sia la Regione a farsi carico di un loro ricorso.

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Ma soprattutto chiarisce di voler adottare una strategia a un doppio binario. In attesa del pronunciamento dei giudici, «per aiutare e assistere i migranti», la Toscana varerà una sua legge, dice, una sorta di contro decreto. Abbastanza per convincere Salvini a reagire: «In Toscana ci sono 119 mila cittadini in condizioni di povertà assoluta. Rossi pensi a loro e non ai clandestini». «Vediamo se ha il coraggio di confrontarsi in pubblico - prova a cavalcare l’onda di un duello a distanza Rossi - dove vuole e quando vuole».

Ma che per il governatore in gioco non ci sia solo la battaglia contro il decreto sicurezza, è chiaro. In fondo la Corte impiegherà dai sei mesi ad un anno per esprimersi. È l’identità della sinistra ad essere su un baratro. Ed è sui diritti umani e «l’umanità» che può rialzare la testa. A dare l’esempio è stato Matterella, che Rossi da giorni cita a ripetizione. E se c’è un’opposizione ai «nazionalpopulisti», è il sottotesto, a guidarla non è il Pd smarrito e senza guida, sbrindellato in Parlamento, non le truppe renziane, sbandate per volontà del loro stesso capo. Ma i sindaci e lui, l’ultimo rosso della rossa Toscana, lo scissionista rimasto senza casa che nella casa aveva pensato pure di rientrare e i detrattori dicono sia a caccia di un orizzonte che vada oltre il 2020, magari che guardi alle Europee, l’uomo che, in solitudine e sfidando gli assalti sui social, si allea e sostiene paladini dell’accoglienza come don Massimo Biancalani e Mimmo Lucano. «Cerca visibilità», tuona il forzista Maurizio Marchetti.

Certo Rossi è sicuro: i dem in consiglio voteranno compatti. Non possono permettersi tentennamenti. Ogni divisione sarebbe esiziale. Passata in giunta il 22 dicembre, finanziata con 2 milioni, Rossi è convinto di veder approvata la legge anti-cattivisti già il 15 gennaio. Di fatto è uno scudo per i diritti essenziali della persona, garantisce assistenza sanitaria, alloggio e istruzione indipendentemente dalla cittadinanza. In pratica, punta a sabotare il decreto. Può funzionare, perché lo sfida su materie concorrenti in base al titolo V della Carta. E la Consulta ha già dato ragione alla Toscana su un testo simile nel 2010. Ma per ora né le virate di Di Maio né la tempesta perfetta in cui confida il governatore sembrano spaventare Salvini: «Io non mollo di un millimetro, avanti tutta! Stop invasione, i migranti vadano a Malta», ha ruggito di fronte al calvario delle navi delle Ong lasciate a galleggiare nel Mediterraneo. —
 

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di Redazione web